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Disunione europea

Nei mesi scorsi l’Europa ha perso una grande occasione di unità, con buona pace di un Recovery Fund ancora da approvare. Se sulla manovra economica la sensazione è che i 27 paesi troveranno un voto congiunto, da un punto di vista paesaggistico e geopolitico il vecchio continente somiglia più a un arcipelago di nazioni alla deriva. Non che Avanti Covid partissimo da un modello granitico: la discussione sul puzzle comunitario non si è mai placata, il dito puntato contro la regia economica tedesca.

Tuttavia da quando il virus ci ha raggiunto, è stato sancito un gioco dell’uva desolante, senza appello. La Cina era vicina, era a Codogno, poi a Madrid, Bojo tornava pompiere oltre Manica e in un mese la battaglia era di tutti. Pareva. Perché proprio nel momento di acme, in cui la comunicazione predicava ossimori di distanziamento e solidarietà, ha avuto luogo lo scollamento della pangea europea. Alle chiusure totali adottate in Italia o in Spagna, hanno risposto Svezia, Danimarca e Paesi Bassi con città aperte e pennellate di primavera. Una stagione che in Italia abbiamo saltato a pié pari, cantando dai balconi per sopravvivere a un oblio di lievito madre e piegamenti. Non recrimino per la sofferenza psicologica, piuttosto per la solitudine dei nuovi poveri che dovranno continuare a farsi il pane e porteranno sul volto i calanchi economici del lockdown.

Chiudere castrando l’economia o rimanere aperti incrociando le dita era un testa o croce col demonio. Eppure una linea condivisa era auspicabile per dare un segnale forte di unione, mai stato. Purtroppo é un dato di fatto che la partita sulla gestione dell’epidemia si sia giocata su due livelli, quello medico ospedaliero e quello burocratico. In entrambi i casi aleggia lo spettro del fallimento per ciò che è stato, poteva essere e forse non sarà mai.