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+poesia

Boa

Sogno un serpente
né aggressivo, né morto
disteso nell’interstizio
tra il muro e il frigo
scuro e immobile
come quelle salsicce
che tappano gli spifferi
alla base delle porte.
Un brillio nella sua pupilla
e una tacita domanda:
“perché mi temi?”


Quel tremore tìmico
non lo riconosco

e nemmeno il mio amico
una volta desto.
L’intimo è losco.

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+copywrestling

Cena pesante sogno a colori

I miei mi accompagnano a Trastevere per un test universitario (?). Arriviamo lato lungotevere Gianicolense, perché mio padre dice che i veri romani, tipo Verdone (?), entrano a Trastevere da via della Lungara. Ci accostiamo prima della ztl, scendiamo dalla vettura; consumo un’insalata mentre parlottiamo dell’origine del nome “Roma” – mia madre propone un’etimologia dall’etrusco Ruma (mammella), in riferimento alla lupa e ai colli.
A un certo punto papà dice, perché non entriamo dai, stiamo qua in mezzo alla strada… conosco una scorciatoia in riferimento alla ztl; io provo a oppormi, ma senza successo, perché quando siamo a Roma papà torna a quell’età mentale in cui crede che tutto gli sia concesso (Rambo-syndrome). Rimontiamo sulla BMW (?) e con un paio di manovre puntiamo col muso il varco attivo. Papà avanza adagio. Cazzo, dice, hanno chiuso anche quella vietta che era senza pedaggio, mentre scivoliamo lentamente spacciati verso la multa. Poco prima del traguardo sbuca un romanetto sulla cinquantina col cappellino da baseball e una barba corta, bianca, che ci fa cenno con la mano di procedere, con fiducia. Mentre passiamo il confine invisibile, lui copre la fotocellula con un dispositivo (?). Gli siamo appena sfilati davanti e lui dà un calcetto al paraurti posteriore della macchina, che evidentemente mal fissato, cede e cade. Papà quando gli toccano la macchina sbrocca, quindi scende e gli lancia tosto un ah frocio, molto poco futuristico dal quale prendo intellettualmente le distanze. L’altro, il romanetto, con calma imperiale – che non mi sarei aspettato – gli risponde coso mi devi pagà.
Per cosa?
Come per cosa? Che te pensi che me stai simpatico?
Papà è amareggiato, glielo leggo in volto. Tradito da Roma, quella in cui è sempre giovane e baldo. Mi dispiaccio, quasi mi commuovo.
Quanto vuoi? Gli domanda papà, mentre Romoletto sta accroccando in qualche modo il paraurti.
Trenta risponde quello (valuta sconosciuta).
Papà è basito, ma tira fuori i soldi, glieli porge. E dieci per il paraurti aggiunge Romoletto. Papà ora è sconfitto, più anziano della sua età, quasi morto, debole e vessato. Con le ultime forze trova tre monete d’argento e si libera anche di quelle, tieni stronzo gli dice risalendo in macchina. Sento il cuore pesante e mi sveglio.
Il peso del cuore si confonde con quello del cinghiale, sullo stomaco.