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Sulle creature selvatiche

“«Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell,» lo ammonì Holly. «È stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un’ala spezzata. E una volta un gatto selvatico adulto con una zampa rotta. Ma non si può fare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuol bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concedete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo.»”

(Truman Capote, Colazione da Tiffany)

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Quinto quarto – pt.1

All’alba una piccola imbarcazione si allontana dalla costa di Minturno. Abou è seduto a poppa, tiene una mano sul timone di legno inumidito dalla notte; indossa degli auricolari che spariscono nella tasca interna di una giacca a vento.

Migranti, un nuovo naufragio nella notte a Lampedusa: tredici donne morte. Otto bambini, una madre e un piccolo di pochi mesi tra i dispersi nel naufragio di questa notte dove un barchino con una cinquantina di migranti, tutti senza salvagente, si è ribaltato per il mare mosso mentre era in corso l’intervento di soccorso da parte delle motovedette della Guardia costiera e della Finanza.
Una donna è stata tratta in salvo: viva ma in coma.

Abou spegne il motore. Dà uno strattone al cavo degli auricolari che gli cadono in grembo; si passa una mano sul volto. Quando finirà? Un tonfo e l’ancora viene inghiottita nel liquido scuro. Abou si alza in piedi, afferra il tellinaro poggiato all’interno dello scafo e lo cala in acqua fino a incontrare il fondale basso. Inizia ad arare la sabbia. Una donna in mare, tiene un fagotto al petto, protende la mano verso di Abou. Pastoie umane lo avvinghiano, lo trattengono a bordo. Un cavallone solleva lo scafo, la spuma cancella i naufraghi. Abou issa il tellinaro e lo aggancia su una fiancata della barca. Con una pala di plastica recupera le arselle dalla rete e le riversa in una bacinella posta su un piano di legno. Il sole nascente disegna profili d’oro sulle piccole gemme del mare, il tepore gli accarezza una guancia. Uno scroscio di gusci, Abou solleva un’altra manciata. In basso nel tellinaro spicca un globo più grande tra le dune di arselle. Lo afferra. Una conchiglia di Tonna Galea delle dimensioni del suo palmo. Nessun abitante fa capolino dall’interno. Abou la poggia sull’orecchio; il mare muggisce dal fondo della spirale.

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Sul cuddy

“Il luogo detto cuddy era una luminosa cabina di coperta ricavata a poppa, una sorta di attico sulla grande cabina sottostante. Una parte era stata un tempo quartiere degli ufficiali, ma dopo la loro morte tutti i divisori erano stati eliminati e l’intera stanza tramutata in un ampio e aerato atrio marino, che per l’assenza di mobili eleganti e il pittoresco disordine di strani accessori assomigliava vagamente all’anticamera vasta e disordinata di un eccentrico gentiluomo di campagna scapolo, di quelli che appendono la giacca da caccia e la borsa del tabacco alle corna di un cervo, accalcando poi nello stesso angolo la canna da pesca, le molle e il bastone da passeggio.”

(Herman Melville, Benito Cereno)

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Su Haiti

“La rivoluzione haitiana aveva coinciso, e non solo temporaneamente, con la rivoluzione francese. […]
Nel 1802, quando il generale Toussaint-L’Ouverture, capo dell’esercito degli schiavi era da poco stato fatto prigioniero, il generale Leclerc aveva scritto dall’isola a suo cognato Napoleone: «Ecco la mia opinione su questo paese: bisogna far fuori tutti i neri della montagna, uomini e donne, e risparmiare soltanto i bambini di età inferiore ai dodici anni; bisogna sterminare la metà dei neri della pianura e non lasciare nella colonia neppure un mulatto con le mostrine». Il tropico si vendicò di Leclerc che, nonostante gli scongiuri di Paolina Bonaparte, morì «strozzato dal vomito nero» senza poter portare a termine il proprio progetto: ma l’indennizzo in denaro si rivelò un peso schiacciante sulle spalle degli haitiani indipendenti che erano sopravvissuti ai bagni di sangue delle successive spedizioni militari mandate contro di loro. Il paese nacque nello sfacelo e non si riprese mai più: oggi è il più povero dell’America Latina.”

(Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina)

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Sui popoli mediterranei

“La notte, dopo cena, sul letto – era ad Alessandria o a Beirut? Fa lo stesso – dopo che suo padre era andato con gli amici al night-club e a casa erano rimasti solo loro tre, ascoltava la sorella cantare: le parole di una canzone greca, una canzone d’amore e di morte, una lunga storia raccontata su una melodia ripetitiva, composta da un ritornello infinito, un miscuglio ben dosato di musica liturgica ebraica, flamenco spagnolo, canzone napoletana e un flebile ricordo del lamento del coro dell’antica tragedia greca. In seguito avrebbe capito – lo sapeva già da allora – che queste canzoni percorrevano tutto il Mediterraneo; che la loro origine è nei canti dei marinai fenici i quali, migliaia di anni fa, spingendo i remi e spiegando le vele, erano salpati dalla riva le cui acque ora lambivano il giardino della loro casa, ed erano arrivati all’oceano; e in ogni posto avevano lasciato un segno e un ricordo, che nei secoli avrebbe fatto di questo mare l’anima della cultura. Ebrei, elleni, musulmani e cristiani si sarebbero incontrati e divisi, si sarebbero massacrati e poi avrebbero avuto nostalgia gli uni degli altri, e alla fine, uno dopo l’altro sarebbero usciti di scena. Se ne sarebbero andati, per poi tornare, ciclicamente, in una terrorizzata fuga, tra grida di dolore e distruzione, nel bagliore dello scoppio di navi da guerra in fiamme, nel lamento delle madri per i figli uccisi. Poi ci sarebbe stato un lungo silenzio, come se si levassero dalla tomba e ritornassero, nell’odore dell’arrosto di agnello, nel suono dei giradischi, nelle canzoni che si trascinano stanche, lunghe e disperate.

(Benjamin Tammuz, Il minotauro)

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Sulla partenza

“Gioia, compagna di bordo, gioia!
(Piacere, griderò alla mia anima alla morte)
la nostra vita è conclusa, la nostra vita incomincia,
partiamo dopo esser stati tanto all’ancora,
la nave è libera finalmente, ora salta!
Velocemente fugge dalla riva,
gioia, compagna di bordo, gioia.

(Walt Whitman, Gioia compagna di bordo, Gioia!, Foglie d’erba)

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Sul mesmerismo

“In questi ultimi tre anni, a varie riprese, mi sono sentito attirato dal soggetto del mesmerismo; e circa nove mesi fa a un tratto mi balenò l’idea che, nella serie degli esperimenti fatti sino a oggi, vi fosse una notevolissima e inesplicabile lacuna: finora nessuno era stato magnetizzato “in articulo mortis”. Rimaneva da vedere prima di tutto se, in tale condizione, esistesse nel paziente alcuna suscettibilità al fluido magnetico; in secondo luogo se, nel caso affermativo, questa fosse scemata o accresciuta dalla circostanza; in terzo luogo sino a che punto e per quanto tempo l’opera della morte potesse essere arrestata dall’operazione.”

(Edgar Allan Poe, La verità sul caso di mister Valdemar, Racconti del terrore)

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microracconti

El dinosaurio

«Cuando despertó, el dinosaurio todavìa estaba allì.» (Augusto Monterroso)