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Quinto quarto – pt.5

Nell’oscurità Abou avvia la barca e prende il mare. Strizza le palpebre sulle pupille secche. Il giorno è solo un accenno sfumato sull’orizzonte. Indossa gli auricolari, ma non accende la radio; il frullio meccanico dell’elica si impasta in una barra di rumore bianco. Il profilo dei flutti è diventato più nitido, a nord-est compare la sagoma del promontorio di Gaeta. Abou rallenta i giri del motore, lo spegne. Sfila le cuffie, getta l’ancora. Cala il tellinaro, la rete viene assorbita dall’acqua. Impugna il manico di pelle e guida la placida medusa in perlustrazione del fondale.
Ha un conato, un fischio gli lacera il timpano sinistro, vede fuochi collassare nel cielo. Rimette fuori bordo. Due, tre fiotti di bile. Scosso da tremiti recupera il tellinaro e ritorna in porto.

Smonta sulla banchina con passo incerto, le vie del borgo lo opprimono.

Apre la porta e punta dritto alla conchiglia sul comodino. La afferra ed esce di casa.

Albeggia quando Abou si dirige verso il mare. La sabbia è fredda sotto le palme nude dei piedi, la conchiglia stretta in pugno. Entra in acqua, aumentano di intensità i brividi lungo la schiena, ma cammina, fino a quando il liquido lo bagna alla vita. Sente il calore delle lacrime ai lati del naso, sugli zigomi.
Guarda in basso. La conchiglia cela nella sua spirale l’eco di una voce amata, lo chiama, promette un incontro oltre la soglia del buio.

Abou si immerge, senza prendere aria.
Trattiene
resiste
finché
li vede
tra la sabbia
infinita
del fondale.




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Quinto quarto pt.1
Quinto quarto pt.2
Quinto quarto pt.3
Quinto quarto pt.4

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Quinto quarto – pt.4

L’acqua contenuta in un paiolo bolle su uno dei due fuochi di una piastra da campeggio. Abou solleva il paiolo, e dal mobile di formica si volta sul tavolo e versa il liquido in un piatto fondo contenente una montagnola di cous cous. I chicchi si imbevono nel guazzetto fumante. Abou si accende una sigaretta e si siede sul letto, un materasso singolo incassato sotto la finestra a due ante; fuma, la sua ombra si allunga sulle mattonelle in cotto del pavimento, verso l’abisso di Marìca e la sua bocca senza denti. Afferra il telecomando e accende un apparecchio 15 pollici a tubo catodico dall’altra parte della stanza. Si mette a tavola davanti alla duna d’oro, nella bocca sapore di sangue eppure solleva il cucchiaio. Su Teleroma 56 la vecchia gli porge le frattaglie, poi le scaglia lontano da sé, in mare.

Dall’infisso della finestra sfugge un rivolo d’aria notturna che sibila e gela la fronte di Abou sdraiato sul letto. Tiene in mano una cornice: il riflesso di una lampadina scoperta balugina sul ritratto della sua famiglia. Sorride il suo volto nella foto e quello di Tara mentre tiene per mano Moussa quando aveva sette anni. Abou ha un conato, deglutisce forte. Allontana l’immagine dagli occhi e l’affoga sul materasso. Protende il collo per agevolare la discesa di un bolo digiuno, volta il capo. L’abat-jour illumina la conchiglia sul comodino dalla quale gli pare di cogliere la stessa flebile trasmissione sottomarina.




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Quinto quarto pt.1
Quinto quarto pt.2
Quinto quarto pt.3

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Sulla rabbia giovanile

“Una dopo l’altra, case d’accoglienza e scuole militari annunciavano a suo padre che il ragazzo doveva andarsene. Alcuni lo consideravano epilettico o psicotico, ma un elettroencefalogramma negativo li aveva smentiti, e uno psichiatra che lavorava come volontario al Community Chest lo aveva trovato normale. Ogni volta che veniva espulso da un istituto, andava a vivere con suo padre, nella camera ammobiliata in cui alloggiava, per qualche giorno o una settimana, e dormiva su un lettino pieghevole. Era felice in quegli intermezzi. Ribellione e caos servivano a uno scopo: lo strappavano ai suoi tormenti. Il tempo che intercorreva tra il suo arrivo in un istituto e l’esplosione di rabbia cominciò a farsi sempre più breve.”

(Edward Bunker, Little Boy Blue)

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Beach Volley

Giulio in posizione di battuta colpì la palla da sotto in sopra; il lob passò mezzo metro sopra il nastro della rete. Nell’altro semi-campo Argentina chiamò la ricezione, lasciò andare lo schiaffo verso la palla, ma già prima di toccarla gridò «Ho perso la fede! Ho perso la fede!» e si lasciò cadere in ginocchio sulla sabbia. Aveva gli occhi rossi. Punto all’altra squadra, partita finita.

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Quinto quarto – pt.3

Abou torna al molo, si china sulla barca e recupera il secchio con le telline giovani; lo poggia sulla banchina. Accomoda la bisaccia sul torace – la conchiglia è solida al suo posto – solleva il secchio e si allontana dal molo con passo lento. Nel centro abitato le case basse sospirano dalle finestre sulla via i fumi soffritti del pranzo, in un salotto occultato da tende di merletti bianche suona il jingle di un telegiornale. Abou svolta alla sua sinistra, su di un viottolo di sabbia delimitato da uno steccato basso di canne; scorge davanti a sé il profilo delle dune e una macchia. Non è ora di pesca. Una sagoma in piedi qualche metro dentro l’acqua, porta un cappello, è vestita di nero; nei pressi a riva una canna fissata vicino una sedia apribile. Abou si dirige in quella direzione. Si ferma sul bagnasciuga, posa il secchio e toglie le scarpe; leva il panno dal secchio e lo poggia sulle scarpe. Sistema la bisaccia a tracolla. Chi è quell’individuo? Il profilo del pescatore è schermato dalla falda del copricapo, il suo corpo intubato in una tunica senza forme. Abou recupera il secchio e cammina verso l’acqua; si arresta in linea col pescatore, lo tiene alla sua destra. Abou prende una manciata di arselle e le sparge con gesto ampio a mezzaluna come di semina.
«Abou» dice il pescatore.
Abou si volta. Il pescatore è un’anziana signora, ha gli occhi cerchiati da un pesante trucco nero, tiene le mani chiuse a coppa sul grembo prominente.
«Sono Marìca» sorride senza denti. «Ti aspettavo.»
«Perché?»
«Guarda» allunga una mano. Delle frattaglie di pesce. «Ho una risposta alla tua domanda.»
«Che domanda?» risponde Abou.
«All’alba vieni qui con la conchiglia che hai nella borsa. Immergiti e ascolta» dice avvicinando la mano libera a coppa vicino l’orecchio.
Abou la guarda, strizza le palpebre un paio di volte, inebetito.
«Tieni chiusi quegli occhi per un momento!» esclama la donna stizzita.
Abou chiude gli occhi. Ascolta il respiro del mare.
Il calore del sole invernale.



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Quinto quarto pt.1
Quinto quarto pt.2

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Sul minotauro

“Si mi oído alcanzara todos los rumores del mundo, yo percibiría sus pasos. Ojalá me lleve a un lugar con menos galerías y menos puertas.
¿Como será mi redentor?, me pregunto.
¿Será un toro o un hombre? ¿Será tal vez un toro con cara de hombre? ¿O será como yo?”

(Jorge Luis Borges, La Casa de Asterión, El Aleph)

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Quinto quarto – pt.2

La barca di Abou entra nella foce del porto. I pescherecci dondolano pacifici lungo le banchine. Un pescatore alza lo sguardo dalla matassa di reti e solleva un braccio. Abou lo imita. Guarda il Casio: mancano pochi minuti alle dodici. Raggiunto il molo, Abou passa una cima attorno alla bitta e ormeggia l’imbarcazione. Recupera la bisaccia e la mette intorno al collo, con una mano tasta il rigonfiamento in corrispondenza della conchiglia. Nulla di rotto. Solleva le bacinelle con le telline desabbiate e le dispone su di un pianale sistemato sulla banchina. Smonta e inizia a setacciare il raccolto: divide le telline dai gusci vuoti e dai sedimenti e poi nuovamente le telline giovani da quelle mature. Muove le arselle nell’acqua tiepida – lo sfregamento subacqueo produce un suono simile a quello dei semi di hota agitati nei sonagli. Riempie un secchio con le telline giovani, le copre con un panno e lo sistema nella barca. Riversa in un sacco le buone, lo carica in spalla e si incammina.

Abou entra nel locale della cooperativa. Un pescatore brizzolato sistema delle spigole in bella vista sul bancone sul quale campeggiano mucchi di latterini, file di gallinelle e di cernie e canocchie.
«Ciao Pino» lo saluta Abou.
«We ciao».
Abou si dirige verso una grossa bilancia sulla quale svuota il suo carico di telline; Pino lo raggiunge dall’altra parte, si sporge per vedere il numero indicato dalla lancetta.
«Trentacinque chili».
Va alla cassa, la apre e conta delle banconote. Ritorna e le allunga ad Abou. Trentacinque euro.
«Grazie» dice Abou.
»Prego. Vatti a fare un piatto di pasta.»
«Meglio cous cous» risponde Abou.
Pino prende un coltello e una tellina, infila la lama nella fessura e fa scattare le valve.
«Non capisci niente di cucina» gli dice e si infila in bocca la metà di guscio con il mollusco.





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Quinto quarto pt.1

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Lockdown Bianchi

Il signor Bianchi aprì il cancello della sua villa con un piede e portò fuori il corpo del tunisino afferrandolo da sotto le ascelle. La strada era deserta, l’alba lontana. Lo trascinò per alcuni metri senza che quello riprendesse conoscenza. Giunto davanti a un ristorante lo mollò con uno sbuffo di fatica, giusto vicino ai secchi per la differenziata. Si fregò le mani, sistemò la camicia sulle maniche. Tirò su forte col naso due volte. Tornò verso casa con passo svelto.

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Sulle creature selvatiche

“«Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell,» lo ammonì Holly. «È stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un’ala spezzata. E una volta un gatto selvatico adulto con una zampa rotta. Ma non si può fare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuol bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concedete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo.»”

(Truman Capote, Colazione da Tiffany)

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Quinto quarto – pt.1

All’alba una piccola imbarcazione si allontana dalla costa di Minturno. Abou è seduto a poppa, tiene una mano sul timone di legno inumidito dalla notte; indossa degli auricolari che spariscono nella tasca interna di una giacca a vento.

Migranti, un nuovo naufragio nella notte a Lampedusa: tredici donne morte. Otto bambini, una madre e un piccolo di pochi mesi tra i dispersi nel naufragio di questa notte dove un barchino con una cinquantina di migranti, tutti senza salvagente, si è ribaltato per il mare mosso mentre era in corso l’intervento di soccorso da parte delle motovedette della Guardia costiera e della Finanza.
Una donna è stata tratta in salvo: viva ma in coma.

Abou spegne il motore. Dà uno strattone al cavo degli auricolari che gli cadono in grembo; si passa una mano sul volto. Quando finirà? Un tonfo e l’ancora viene inghiottita nel liquido scuro. Abou si alza in piedi, afferra il tellinaro poggiato all’interno dello scafo e lo cala in acqua fino a incontrare il fondale basso. Inizia ad arare la sabbia. Una donna in mare, tiene un fagotto al petto, protende la mano verso di Abou. Pastoie umane lo avvinghiano, lo trattengono a bordo. Un cavallone solleva lo scafo, la spuma cancella i naufraghi. Abou issa il tellinaro e lo aggancia su una fiancata della barca. Con una pala di plastica recupera le arselle dalla rete e le riversa in una bacinella posta su un piano di legno. Il sole nascente disegna profili d’oro sulle piccole gemme del mare, il tepore gli accarezza una guancia. Uno scroscio di gusci, Abou solleva un’altra manciata. In basso nel tellinaro spicca un globo più grande tra le dune di arselle. Lo afferra. Una conchiglia di Tonna Galea delle dimensioni del suo palmo. Nessun abitante fa capolino dall’interno. Abou la poggia sull’orecchio; il mare muggisce dal fondo della spirale.