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Copacabana

Dal buio, gli si parò davanti un ragazzino. Impugnava una pistola.
«Deixe o que você tem em mãos».
J. lasciò la presa sui mocassini, che atterrarono sulla sabbia.

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Zingarello

Il copertone della ruota posteriore stridette sull’asfalto. Gildo raddrizzò la bicicletta e spinse sui pedali, la strada principale era sgombera. Un’ombra alta lo affiancò sulla sinistra, lui si alzò sui pedali. Attraverso il vetro una donna con gli occhiali scuri arricciò il naso, suonò il clacson. Gildo tirò fuori la lingua. Si voltò in avanti, la carreggiata confluiva in un collo di bottiglia sotto uno degli archi dell’acquedotto. Spinse più forte sui pedali, l’ombra barrì di nuovo. Gildo ghignò, le gambe mulinavano sulle meccaniche cigolanti. Un altro lamento grave e il ragazzino vide il suo riflesso scivolare sulle carene lucide, il suv occupò ogni pertugio. Gildo afferrò i corni dei freni, ma la bicicletta continuò il suo moto.

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Settembrino

L’uomo sulla settantina portò il telefono all’orecchio e si abbassò la mascherina. «Domattina, se ti chiamo a una certa ora, ti vieni a mangiare pizza e fichi?».

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Asilo

Il bambino inginocchiato per terra estrasse lo stecco dal formicaio. Si drizzò in piedi e osservò la colatura di esserini neri. Portò lo spiedino alla bocca, succhiò bene le formiche che tentavano di scappare sul dorso della sua mano. Notò un altro bambino che lo fissava.
Sorrise, mentre una formica gli usciva dalla narice sinistra.

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Ora pro nobis

Il defunto aveva due figli, ma il prete ne nominò solo uno.

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Cena pesante sogno a colori

I miei mi accompagnano a Trastevere per un test universitario (?). Arriviamo lato lungotevere Gianicolense, perché mio padre dice che i veri romani, tipo Verdone (?), entrano a Trastevere da via della Lungara. Ci accostiamo prima della ztl, scendiamo dalla vettura; consumo un’insalata mentre parlottiamo dell’origine del nome “Roma” – mia madre propone un’etimologia dall’etrusco Ruma (mammella), in riferimento alla lupa e ai colli.
A un certo punto papà dice, perché non entriamo dai, stiamo qua in mezzo alla strada… conosco una scorciatoia in riferimento alla ztl; io provo a oppormi, ma senza successo, perché quando siamo a Roma papà torna a quell’età mentale in cui crede che tutto gli sia concesso (Rambo-syndrome). Rimontiamo sulla BMW (?) e con un paio di manovre puntiamo col muso il varco attivo. Papà avanza adagio. Cazzo, dice, hanno chiuso anche quella vietta che era senza pedaggio, mentre scivoliamo lentamente spacciati verso la multa. Poco prima del traguardo sbuca un romanetto sulla cinquantina col cappellino da baseball e una barba corta, bianca, che ci fa cenno con la mano di procedere, con fiducia. Mentre passiamo il confine invisibile, lui copre la fotocellula con un dispositivo (?). Gli siamo appena sfilati davanti e lui dà un calcetto al paraurti posteriore della macchina, che evidentemente mal fissato, cede e cade. Papà quando gli toccano la macchina sbrocca, quindi scende e gli lancia tosto un ah frocio, molto poco futuristico dal quale prendo intellettualmente le distanze. L’altro, il romanetto, con calma imperiale – che non mi sarei aspettato – gli risponde coso mi devi pagà.
Per cosa?
Come per cosa? Che te pensi che me stai simpatico?
Papà è amareggiato, glielo leggo in volto. Tradito da Roma, quella in cui è sempre giovane e baldo. Mi dispiaccio, quasi mi commuovo.
Quanto vuoi? Gli domanda papà, mentre Romoletto sta accroccando in qualche modo il paraurti.
Trenta risponde quello (valuta sconosciuta).
Papà è basito, ma tira fuori i soldi, glieli porge. E dieci per il paraurti aggiunge Romoletto. Papà ora è sconfitto, più anziano della sua età, quasi morto, debole e vessato. Con le ultime forze trova tre monete d’argento e si libera anche di quelle, tieni stronzo gli dice risalendo in macchina. Sento il cuore pesante e mi sveglio.
Il peso del cuore si confonde con quello del cinghiale, sullo stomaco.

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Moviola

Un’anziana entrò nel parco accompagnata per mano dalla badante. Vide una coppia analoga procedere da un altro ingresso. Rimaneva una sola panchina libera, equidistante.

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L’arrotino

Stavo per incidere la carne quando suonò il citofono. Ruotai gli occhi, ma andai a rispondere portando con me il coltello.
«Chi è?» domandai.
«Serve l’arrotino?» rispose una voce.
Guardai la lama, poi lanciai uno sguardo in cucina: il corpo giaceva immobile.
«Scendo» dissi e riagganciai. Infilai in tasca chiavi e portafogli e con la mano libera mi chiusi la porta alle spalle.

Fuori dall’androne mi attendeva un anziano in sella a una bicicletta. La ruota posteriore bloccata da un cavalletto gli consentiva di sedere e operare la mola posizionata davanti al manubrio; questa era collegata con una cinghia di trasmissione ai pedali.
Mi avvicinai; l’uomo puzzava di chiuso e di aglio. Era più pittoresco vederlo gironzolare per il quartiere che stargli accanto. Gli porsi il coltello, lui lo prese e iniziò a pedalare. Una struttura precaria in ferro battuto sosteneva un barattolo di pelati con un minuscolo foro sul fondo, dal quale stillavano gocce d’acqua per la lubrificazione. Dopo alcuni minuti di carezze metalliche l’arrotino portò la lama in controluce e la osservò con gli occhi ridotti a fessura. Sorrisi in attesa, lieto di contribuire a quel mestiere randagio. Lui si voltò verso di me e disse «venti euro». Cavolo, pensai. Aprii il portafoglio: niente banconote. Trovai tre euro e quaranta nel porta monete.
«Scusi» dissi «devo andare a ritirare, la banca è qui dietro».
«Dammi» rispose lui allungando una mano, con l’altra mi puntò il coltello contro.
Depositai gli spicci sui calli del palmo e feci due passi all’indietro; il vecchio intascò le monete, scavallettò il mezzo, mi lanciò un’ultima occhiata arcigna e si allontanò con lentezza, il coltello in mano.

Tornai al piano della cucina. Il pollo faceva spallucce sdraiato sul tagliere.
Promisi che non avrei più disossato, né assecondato un arrotino.

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Speed Tour – Monterano

Itinerari veloci spiegati in poche parole.


Gita a Monterano.

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Schermata 2020-08-01 alle 11.53.13

Con un’ora di macchina da Roma raggiungete il comune di Canale Monterano. Una volta nei paraggi dirigetevi verso il borgo fantasma di Monterano – attenzione alla strada dissestata, che grattare la coppa dell’olio è un attimo. Smollate la macchina e proseguite a piedi nella natura. Seguite le indicazioni per l’acquedotto Oriolo; una volta al suo cospetto concedetevi alcuni minuti di contemplazione, poi prendete il sentiero in basso alla sua sinistra, che si inerpica verso il vecchio borgo; saltellate come capre tra le pietre finché non giungete a una grande spianata. In lontananza scorgerete la chiesa di San Bonaventura, una meraviglia senza tetto che ospita al suo interno uno dei fichi (pianta di fico) più anziani del Lazio. Proseguite la passeggiata tra le piante di finocchietto selvatico in direzione del palazzo ducale. Lì c’è una bella ombra per consumare panino + birretta, altrimenti potete riprendere la macchina e fermarvi alla Locanda delle Cicale. Nel pomeriggio fermatevi a Bracciano per un bagno al lago; se invece non amate l’acqua dolce potete farvi una passeggiata fino al pontile, oppure salire fino al castello Odescalchi.

Se volete saperne di più, scrivete nei commenti.

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La gabbianella e il matto

Scalai marcia e fermai la macchina al rosso del semaforo in via l’Aquila. Misi in folle, a mezzogiorno e trenta esatte. Un movimento alla mia sinistra attirò lo sguardo fuori dal finestrino, alle macchine parcheggiate a spina. Sul tettuccio di una punto ELX un gabbiano consumava un topo per pranzo. Il roditore giaceva a pancia in su, eviscerato sulla carrozzeria verde petrolio butterata dal sole; il pennuto lo punzonava con precisione per asportare brandelli di carne.
Suonò il clacson di una macchina. Infilai la prima e ripartii, scosso dalla crudeltà della scena.

Un’ora dopo pranzai malvolentieri e durante il resto della giornata non riuscii a dimenticare il becco insanguinato e la piccola carcassa sventrata. Dedicai un pensiero al possessore dell’auto, mi figurai lo sbigottimento, lo introiettai, paralizzante. Ricordo che mi coricai verso l’una di notte persuaso della cattiveria del gabbiano: quelle fossette ai lati del becco appartenevano a un ghigno sadico, di deliberata e divertita efferatezza. Chiusi gli occhi e accarezzai l’idea di ucciderne uno, per vendetta contro il male presente in natura. Quel mal bianco.
Il pensiero anziché introdurmi al sogno iniziò a vibrare nella testa, fino alle mani, che si velarono di sudore. Mi tirai a sedere e afferrai il cellulare, cercai il numero del Passerotto moldavo, chiamai.
«Ci sei?» dissi.
In venti minuti mi presentai al luogo dell’appuntamento, all’entrata in via xxxxx del Parco della Caffarella, mi accesi una sigaretta. Lui arrivò dopo cinque minuti. Senza convenevoli gli chiesi un ferro, lui altrettanto asciutto mi rispose «cinquecento». Avevo con me i soldi, conoscevo la tariffa, glieli porsi. Lui contò velocemente, poi si diresse verso la macchina con la quale era venuto, una Clio grigia modello 2008. Lo vidi sparire all’interno del lato passeggero per poi tornare con in mano un fagotto di stoffa che mi consegnò. Lui non disse una parola, io non feci la menoma domanda. Attraverso il tessuto afferrai il calcio metallico e il peso dell’arma mi conferì la sensazione di sicurezza e potenza che cercavo. Figurai il cranio del gabbiano esploso da un colpo.
Mi separai dal trafficante moldavo e tornai verso casa con l’eccitazione in corpo.

Mi svegliai di primo mattino, o forse non dormii. Quella sensazione esatta la provai la notte prima della laurea, una vita fa. Mi rizzai a sedere sul letto e la guardai , poggiata nuda e nera sulla madia davanti a me. Fremevo dalla voglia di sparare. Completai di fretta la normale routine mattutina e una volta pronto a uscire la impugnai e la infilai nei pantaloni dietro la schiena come un professionista, lasciai scivolare sopra la camicia. Uscii di casa. Era una giornata aperta, profumata della prima estate. Subito sentii il loro verso in alto: sapevano. Alzai la testa al cielo ma non li vidi, così presi a camminare con passo svelto, determinato nei panni del vendicatore. Giunto alla fine della via scorsi dall’altra parte della strada il re dei gabbiani, che troneggiava petto in fuori sopra uno dei secchioni davanti ai giardini di quartiere. Attraversai. Più mi avvicinavo, più pareva una bestia imponente dalla cima del suo castello di indifferenziata, spazzino del male. Mi fermai a un paio di metri e la impugnai, fredda e pesante, la puntai e azionai il cane. Al suono del clic il pennuto mi fissò col suo sguardo assassino, il suo becco contro la mia canna. Il polso mi tremava impercettibilmente, la pelle sull’impugnatura era sbiancata dalla pressione. Premetti il grilletto.
Un tonfo seguì alla detonazione, poi dei latrati. Un corpo giaceva nella polvere all’interno del dog park, dietro i secchioni. Il gabbiano si era alzato in volo, garrente.
L’ho ammazzato quell’uomo.
Così sono finito dentro.