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Partenza intelligente

Riccardo si accomodò gli occhiali sulla gobba del naso e riportò la mano sul volante. La gomma dello sterzo era appiccicosa, le braccia del ragazzo segnavano le 10:10. Oltre il parabrezza la strada a due corsie scorreva sgombera, a ogni chilometro il cielo si faceva più chiaro, le strisce segnaletiche ai lati della carreggiata più bianche. Era stato furbo a partire da Roma all’alba. Riccardo pigiò due volte il bottone lungo la portiera alla sua sinistra; una folata fresca prese a singhiozzare dal finestrino. Una ciocca gli solleticò la fronte. «Lezioni di nirvana» canticchiò, e proseguì la melodia tra i denti. I viaggi improvvisati erano i più entusiasmanti. Chissà che faccia avrebbe fatto Flavia quando non lo avrebbe trovato in casa. In lontananza distinse la sagoma di un pannello aggettante in alto sulla superstrada; sterzò e occupò la corsia di destra, due abbaglianti ammiccarono nello specchietto retrovisore, lontani. Colse il riflesso blu del cartello e la scritta: “Mirabilandia”. Sorrise. Finalmente le torri. Strinse il volante, rallentò e imboccò l’uscita; una macchia sfocata lo superò al grido del clacson.

«Devi capire che mio figlio non è normale» disse Carolina nella cornetta della telefono «non può farsi carico di una ragazza con problemi, è impensabile.» 
Carolina sfilò gli occhiali e li poggiò sulla madia di legno massello. Il busto marmoreo di Cicerone dall’altra parte della sala la osservava sfocato. Carolina si massaggiò le lievi depressioni lasciate dai naselli, strizzò gli occhi, sentiva le palpebre secche. La assalì un desiderio di sonno. L’innesco ripetuto di un accendino intervenne dall’emittente del telefono. Dei passi. Gli schiocchi di un fornello.
«Senti bella» disse una voce croccante di fumo «nessuno gli ha detto di scoparsi mia figlia.»
«Come ti permetti?»
«Mi permetto sì, sistemarla è un problema vostro. Flavia lo ama.»
Povera creatura certo che lo amava. Era quella donna invece ad avere un problema. Carolina inforcò gli occhiali.
«Riccardo e Flavia non possono vivere da soli, lo vuoi capire?» scandì più lentamente ma alzando il volume «dobbiamo occuparci insieme di loro.»
«Bravi pensateci voi. Quest’estate portateveli in Calabria.»

Un uomo con una polo blu e un cappellino arancione aprì la porta del gabbiotto di vendita dei biglietti e vi entrò. Riccardo aspettava dietro una linea bianca tracciata a due metri di distanza.  L’inserviente smanettava dietro il vetro, la cornice del lodge finto legno si animò di led colorati. Dalle casse partì una melodia allegra. Lo scroscio metallico di una serranda si levò dal portale di ingresso al parco divertimenti. Riccardo si voltò. Alle sue spalle nessuno. La trovava una cosa davvero figa. Ogni giorno migliaia di visitatori e lui era lì, per primo, da solo. Guardò il polso. 09:56. Era la partenza intelligente.
L’uomo attirò la sua attenzione e gli fece cenno di avvicinarsi al botteghino. Riccardo lo raggiunse.
«Ciao» disse.
«Buongiorno a lei»
«Un ingresso per favore»
«Certo, sono 24,90»
Riccardo tirò un capo della catenella agganciata al passante dei jeans ed estrasse dalla tasca posteriore un portafoglio a panino in finto pitone. «Oggi mi faccio un regalo» disse contando le banconote. «Divento padre.»

Il cucchiaino tintinnava sulle pareti della tazza. Carolina osservò il mulinello rallentare mentre l’acqua si ingialliva. Alzò lo sguardo, aveva le lenti appannate dal fumento della tisana. Dal divano Alberto la osservava seduto con la gamba accavallata. Era vestito come se dovesse uscire, con dei pantaloni color sabbia, un maglioncino celeste, sotto una camicia.
«Che vuoi fare?» le chiese. Si sorreggeva il mento, aveva un che di professionale.
Carolina portò la tazza alla bocca e succhiò un poco di liquido. Sentì il pizzico dello zenzero sulla punta della lingua. Deglutì.
«Qui con noi non possono stare» disse.
«Sono d’accordo, gli prendiamo un appartamento in affitto.» rispose Alberto; cambiò l’accavallamento delle gambe.
Era un brav’uomo. Per Riccardo era stato una figura paterna giusta. O almeno una figura.
«Possiamo chiedere al condominio qui davanti, c’era un cartello», disse Carolina.
«Va bene, vado a vedere.»
Alberto puntò le mani sulle ginocchia e si alzò dal divano, sparì nel corridoio. Sul divano di pelle nera era rimasto il calco del suo deretano. Sarebbero diventati nonni, ma lei di più.
Afferrò lo smartphone, lo sbloccò con una sequenza a L. Premette sullo schermo in corrispondenza dell’icona di chiamata, poi sul nome Riccardo. Squillò a vuoto.


Riccardo si tastò le tasche della giacchetta di pelle. Imprecò con se stesso, avrebbe inviato una foto a Flavia. Provò a forzare l’imbracatura gommosa che gli bloccava il torso, la quale fece un poco di gioco ma non abbastanza da consentirgli di sgusciare via. Un inserviente gli fece cenno di no con un dito. Riccardo alzò le mani. Dagli altoparlanti partì da dieci un conto alla rovescia, Riccardo sentiva il martello del cuore nelle orecchie. Sarebbe diventato padre. Stava per volare in cima. Tre. Due. Uno. Una forza inarrestabile lo staccò dal suolo, veloce; l’aria premeva nei polmoni impedendogli di urlare, strinse i braccioli. Riccardo vedeva oltre le sue Air Jordan il parco divertimenti rimpiccolirsi in una miniatura variopinta. Era felice. Uno stridio e il mostro meccanico decelerò bruscamente, Riccardo sentì un brivido tra le scapole, sbatté con le clavicole contro l’imbracatura che lo trattenne alcuni istanti prima di cedere all’inerzia e sbloccarsi con una frattura metallica. Riccardo volò nel vuoto. Sarebbe diventato padre.

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Quinto quarto – pt.5

Nell’oscurità Abou avvia la barca e prende il mare. Strizza le palpebre sulle pupille secche. Il giorno è solo un accenno sfumato sull’orizzonte. Indossa gli auricolari, ma non accende la radio; il frullio meccanico dell’elica si impasta in una barra di rumore bianco. Il profilo dei flutti è diventato più nitido, a nord-est compare la sagoma del promontorio di Gaeta. Abou rallenta i giri del motore, lo spegne. Sfila le cuffie, getta l’ancora. Cala il tellinaro, la rete viene assorbita dall’acqua. Impugna il manico di pelle e guida la placida medusa in perlustrazione del fondale.
Ha un conato, un fischio gli lacera il timpano sinistro, vede fuochi collassare nel cielo. Rimette fuori bordo. Due, tre fiotti di bile. Scosso da tremiti recupera il tellinaro e ritorna in porto.

Smonta sulla banchina con passo incerto, le vie del borgo lo opprimono.

Apre la porta e punta dritto alla conchiglia sul comodino. La afferra ed esce di casa.

Albeggia quando Abou si dirige verso il mare. La sabbia è fredda sotto le palme nude dei piedi, la conchiglia stretta in pugno. Entra in acqua, aumentano di intensità i brividi lungo la schiena, ma cammina, fino a quando il liquido lo bagna alla vita. Sente il calore delle lacrime ai lati del naso, sugli zigomi.
Guarda in basso. La conchiglia cela nella sua spirale l’eco di una voce amata, lo chiama, promette un incontro oltre la soglia del buio.

Abou si immerge, senza prendere aria.
Trattiene
resiste
finché
li vede
tra la sabbia
infinita
del fondale.




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Quinto quarto pt.1
Quinto quarto pt.2
Quinto quarto pt.3
Quinto quarto pt.4

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Quinto quarto – pt.4

L’acqua contenuta in un paiolo bolle su uno dei due fuochi di una piastra da campeggio. Abou solleva il paiolo, e dal mobile di formica si volta sul tavolo e versa il liquido in un piatto fondo contenente una montagnola di cous cous. I chicchi si imbevono nel guazzetto fumante. Abou si accende una sigaretta e si siede sul letto, un materasso singolo incassato sotto la finestra a due ante; fuma, la sua ombra si allunga sulle mattonelle in cotto del pavimento, verso l’abisso di Marìca e la sua bocca senza denti. Afferra il telecomando e accende un apparecchio 15 pollici a tubo catodico dall’altra parte della stanza. Si mette a tavola davanti alla duna d’oro, nella bocca sapore di sangue eppure solleva il cucchiaio. Su Teleroma 56 la vecchia gli porge le frattaglie, poi le scaglia lontano da sé, in mare.

Dall’infisso della finestra sfugge un rivolo d’aria notturna che sibila e gela la fronte di Abou sdraiato sul letto. Tiene in mano una cornice: il riflesso di una lampadina scoperta balugina sul ritratto della sua famiglia. Sorride il suo volto nella foto e quello di Tara mentre tiene per mano Moussa quando aveva sette anni. Abou ha un conato, deglutisce forte. Allontana l’immagine dagli occhi e l’affoga sul materasso. Protende il collo per agevolare la discesa di un bolo digiuno, volta il capo. L’abat-jour illumina la conchiglia sul comodino dalla quale gli pare di cogliere la stessa flebile trasmissione sottomarina.




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Quinto quarto pt.1
Quinto quarto pt.2
Quinto quarto pt.3

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Quinto quarto – pt.3

Abou torna al molo, si china sulla barca e recupera il secchio con le telline giovani; lo poggia sulla banchina. Accomoda la bisaccia sul torace – la conchiglia è solida al suo posto – solleva il secchio e si allontana dal molo con passo lento. Nel centro abitato le case basse sospirano dalle finestre sulla via i fumi soffritti del pranzo, in un salotto occultato da tende di merletti bianche suona il jingle di un telegiornale. Abou svolta alla sua sinistra, su di un viottolo di sabbia delimitato da uno steccato basso di canne; scorge davanti a sé il profilo delle dune e una macchia. Non è ora di pesca. Una sagoma in piedi qualche metro dentro l’acqua, porta un cappello, è vestita di nero; nei pressi a riva una canna fissata vicino una sedia apribile. Abou si dirige in quella direzione. Si ferma sul bagnasciuga, posa il secchio e toglie le scarpe; leva il panno dal secchio e lo poggia sulle scarpe. Sistema la bisaccia a tracolla. Chi è quell’individuo? Il profilo del pescatore è schermato dalla falda del copricapo, il suo corpo intubato in una tunica senza forme. Abou recupera il secchio e cammina verso l’acqua; si arresta in linea col pescatore, lo tiene alla sua destra. Abou prende una manciata di arselle e le sparge con gesto ampio a mezzaluna come di semina.
«Abou» dice il pescatore.
Abou si volta. Il pescatore è un’anziana signora, ha gli occhi cerchiati da un pesante trucco nero, tiene le mani chiuse a coppa sul grembo prominente.
«Sono Marìca» sorride senza denti. «Ti aspettavo.»
«Perché?»
«Guarda» allunga una mano. Delle frattaglie di pesce. «Ho una risposta alla tua domanda.»
«Che domanda?» risponde Abou.
«All’alba vieni qui con la conchiglia che hai nella borsa. Immergiti e ascolta» dice avvicinando la mano libera a coppa vicino l’orecchio.
Abou la guarda, strizza le palpebre un paio di volte, inebetito.
«Tieni chiusi quegli occhi per un momento!» esclama la donna stizzita.
Abou chiude gli occhi. Ascolta il respiro del mare.
Il calore del sole invernale.



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Quinto quarto pt.1
Quinto quarto pt.2

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Quinto quarto – pt.2

La barca di Abou entra nella foce del porto. I pescherecci dondolano pacifici lungo le banchine. Un pescatore alza lo sguardo dalla matassa di reti e solleva un braccio. Abou lo imita. Guarda il Casio: mancano pochi minuti alle dodici. Raggiunto il molo, Abou passa una cima attorno alla bitta e ormeggia l’imbarcazione. Recupera la bisaccia e la mette intorno al collo, con una mano tasta il rigonfiamento in corrispondenza della conchiglia. Nulla di rotto. Solleva le bacinelle con le telline desabbiate e le dispone su di un pianale sistemato sulla banchina. Smonta e inizia a setacciare il raccolto: divide le telline dai gusci vuoti e dai sedimenti e poi nuovamente le telline giovani da quelle mature. Muove le arselle nell’acqua tiepida – lo sfregamento subacqueo produce un suono simile a quello dei semi di hota agitati nei sonagli. Riempie un secchio con le telline giovani, le copre con un panno e lo sistema nella barca. Riversa in un sacco le buone, lo carica in spalla e si incammina.

Abou entra nel locale della cooperativa. Un pescatore brizzolato sistema delle spigole in bella vista sul bancone sul quale campeggiano mucchi di latterini, file di gallinelle e di cernie e canocchie.
«Ciao Pino» lo saluta Abou.
«We ciao».
Abou si dirige verso una grossa bilancia sulla quale svuota il suo carico di telline; Pino lo raggiunge dall’altra parte, si sporge per vedere il numero indicato dalla lancetta.
«Trentacinque chili».
Va alla cassa, la apre e conta delle banconote. Ritorna e le allunga ad Abou. Trentacinque euro.
«Grazie» dice Abou.
»Prego. Vatti a fare un piatto di pasta.»
«Meglio cous cous» risponde Abou.
Pino prende un coltello e una tellina, infila la lama nella fessura e fa scattare le valve.
«Non capisci niente di cucina» gli dice e si infila in bocca la metà di guscio con il mollusco.





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Quinto quarto pt.1

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Quinto quarto – pt.1

All’alba una piccola imbarcazione si allontana dalla costa di Minturno. Abou è seduto a poppa, tiene una mano sul timone di legno inumidito dalla notte; indossa degli auricolari che spariscono nella tasca interna di una giacca a vento.

Migranti, un nuovo naufragio nella notte a Lampedusa: tredici donne morte. Otto bambini, una madre e un piccolo di pochi mesi tra i dispersi nel naufragio di questa notte dove un barchino con una cinquantina di migranti, tutti senza salvagente, si è ribaltato per il mare mosso mentre era in corso l’intervento di soccorso da parte delle motovedette della Guardia costiera e della Finanza.
Una donna è stata tratta in salvo: viva ma in coma.

Abou spegne il motore. Dà uno strattone al cavo degli auricolari che gli cadono in grembo; si passa una mano sul volto. Quando finirà? Un tonfo e l’ancora viene inghiottita nel liquido scuro. Abou si alza in piedi, afferra il tellinaro poggiato all’interno dello scafo e lo cala in acqua fino a incontrare il fondale basso. Inizia ad arare la sabbia. Una donna in mare, tiene un fagotto al petto, protende la mano verso di Abou. Pastoie umane lo avvinghiano, lo trattengono a bordo. Un cavallone solleva lo scafo, la spuma cancella i naufraghi. Abou issa il tellinaro e lo aggancia su una fiancata della barca. Con una pala di plastica recupera le arselle dalla rete e le riversa in una bacinella posta su un piano di legno. Il sole nascente disegna profili d’oro sulle piccole gemme del mare, il tepore gli accarezza una guancia. Uno scroscio di gusci, Abou solleva un’altra manciata. In basso nel tellinaro spicca un globo più grande tra le dune di arselle. Lo afferra. Una conchiglia di Tonna Galea delle dimensioni del suo palmo. Nessun abitante fa capolino dall’interno. Abou la poggia sull’orecchio; il mare muggisce dal fondo della spirale.

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San Patrizio

Mi avvicinai al distributore automatico; uno di quelli davanti al Parc Gulliver, a Valencia. Inserii un euro, scelsi una bottiglietta d’acqua del costo di settanta centesimi. Il resto tintinnò nella bocchetta, lo presi, l’acqua precipitò con un tonfo. Mi chinai e aprii il portello di plastica: c’era la bottiglietta e un sacchetto. Al suo interno centinaia di monete da venti centesimi.


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Friendship [eng]

The fire on the Fiesole hill has remained their great secret.

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Punizione

La maestra era paonazza in volto;
trascinò indietro la sedia,
i piedi di acciaio stridettero sul linoleum.
«Se non la finisci ti metto scarso!» disse alzandosi.
«Senza scarpe?» rispose Federico.

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Sul mesmerismo

“In questi ultimi tre anni, a varie riprese, mi sono sentito attirato dal soggetto del mesmerismo; e circa nove mesi fa a un tratto mi balenò l’idea che, nella serie degli esperimenti fatti sino a oggi, vi fosse una notevolissima e inesplicabile lacuna: finora nessuno era stato magnetizzato “in articulo mortis”. Rimaneva da vedere prima di tutto se, in tale condizione, esistesse nel paziente alcuna suscettibilità al fluido magnetico; in secondo luogo se, nel caso affermativo, questa fosse scemata o accresciuta dalla circostanza; in terzo luogo sino a che punto e per quanto tempo l’opera della morte potesse essere arrestata dall’operazione.”

(Edgar Allan Poe, La verità sul caso di mister Valdemar, Racconti del terrore)