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Su Haiti

“La rivoluzione haitiana aveva coinciso, e non solo temporaneamente, con la rivoluzione francese. […]
Nel 1802, quando il generale Toussaint-L’Ouverture, capo dell’esercito degli schiavi era da poco stato fatto prigioniero, il generale Leclerc aveva scritto dall’isola a suo cognato Napoleone: «Ecco la mia opinione su questo paese: bisogna far fuori tutti i neri della montagna, uomini e donne, e risparmiare soltanto i bambini di età inferiore ai dodici anni; bisogna sterminare la metà dei neri della pianura e non lasciare nella colonia neppure un mulatto con le mostrine». Il tropico si vendicò di Leclerc che, nonostante gli scongiuri di Paolina Bonaparte, morì «strozzato dal vomito nero» senza poter portare a termine il proprio progetto: ma l’indennizzo in denaro si rivelò un peso schiacciante sulle spalle degli haitiani indipendenti che erano sopravvissuti ai bagni di sangue delle successive spedizioni militari mandate contro di loro. Il paese nacque nello sfacelo e non si riprese mai più: oggi è il più povero dell’America Latina.”

(Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina)

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Sui popoli mediterranei

“La notte, dopo cena, sul letto – era ad Alessandria o a Beirut? Fa lo stesso – dopo che suo padre era andato con gli amici al night-club e a casa erano rimasti solo loro tre, ascoltava la sorella cantare: le parole di una canzone greca, una canzone d’amore e di morte, una lunga storia raccontata su una melodia ripetitiva, composta da un ritornello infinito, un miscuglio ben dosato di musica liturgica ebraica, flamenco spagnolo, canzone napoletana e un flebile ricordo del lamento del coro dell’antica tragedia greca. In seguito avrebbe capito – lo sapeva già da allora – che queste canzoni percorrevano tutto il Mediterraneo; che la loro origine è nei canti dei marinai fenici i quali, migliaia di anni fa, spingendo i remi e spiegando le vele, erano salpati dalla riva le cui acque ora lambivano il giardino della loro casa, ed erano arrivati all’oceano; e in ogni posto avevano lasciato un segno e un ricordo, che nei secoli avrebbe fatto di questo mare l’anima della cultura. Ebrei, elleni, musulmani e cristiani si sarebbero incontrati e divisi, si sarebbero massacrati e poi avrebbero avuto nostalgia gli uni degli altri, e alla fine, uno dopo l’altro sarebbero usciti di scena. Se ne sarebbero andati, per poi tornare, ciclicamente, in una terrorizzata fuga, tra grida di dolore e distruzione, nel bagliore dello scoppio di navi da guerra in fiamme, nel lamento delle madri per i figli uccisi. Poi ci sarebbe stato un lungo silenzio, come se si levassero dalla tomba e ritornassero, nell’odore dell’arrosto di agnello, nel suono dei giradischi, nelle canzoni che si trascinano stanche, lunghe e disperate.

(Benjamin Tammuz, Il minotauro)