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Non me ne parlare

Dalla pira sacrificale del ponte di ferro di Roma si è salvato un topo. Lo incontro su una laterale di via del Governo Vecchio, bruciacchiato, nascosto sotto un monopattino elettrico. Nella sua andatura sincopata non utilizza la zampa anteriore sinistra, forse perché calpestata e rotta da altre bestiole in fuga dall’incendio. Ha percorso molti chilometri per giungere nel punto di Roma dove lo scorgo a lappare una pozzanghera di stracciatella sui sampietrini e quando si sposta per lasciare strada alle ruote inclementi di un passeggino, empatizzo con la sua fatica. Che è diversa dalla mia, dalla tua, o da quella dei turisti cotti al sole. La fatica in natura è più dignitosa, perché non si esprime attraverso il linguaggio.

“Squit squit”
vorrei che dicesse
tradotto
in sfinimento. 
Io? Tutto a posto
non mi lamento.

La fatica si splitta tra fisico e mente. 
In ogni organismo vivente il corpo e il sistema nervoso sperimentano sollecitazioni continue per consentire di comprendere il reale e agire all’interno di esso, tuttavia solo noi essere umani acquistiamo casse d’acqua da sei, pratichiamo sport, scaliamo montagne. Esperiamo ciascuna funzione della struttura-corpo – nel suo compendio di muscoli, fulcri e leve ossee – sottoponendola in modo deliberato a carichi che ci restituiscano una funzione e/o un rush di endorfine. Perseguiamo obiettivi. Lo facciamo in modo sistematico alla ricerca talvolta di acqua potabile, altre volte in vista di un miglioramento della condizione umana attraverso un percorso adeguato alle forze, ai presupposti originali di partenza e agli obiettivi immediati e futuri.
Soprattutto ci stressiamo per due cose: sopravvivere e comunicare. Se la prima circostanza si autocertifica la seconda non è così esplicita. Parlare di noi stessi risulta necessario affinché qualcuno ci determini e attivi ‘sta benedetta amigdala, così da restituirci una pelle, delle sensazioni sia superficiali che profonde, anche superiori a quelle suscitate da una buona pizza. Necessitiamo di empatia.

Se sei stanco
dormi.
Se hai fame
mangi. 
Non hai niente?
              Piangi.

Ma è veramente necessario spiegare la fatica a parole? No – e non sbuffare – perché la fatica è di per sé un linguaggio trans. Trans-sensoriale, trans-animale, implicito del regno natura. A seconda del livello di sensibilità individuale è possibile interpretare qualsiasi tipo di peso. Per esempio al topo lo sento. Mi parla il suo corpo. Come mi parlano anche i quadricipiti tremanti della culturista col bilanciere sospeso sopra testa. E le piccole stanchezze quotidiane dei vicini di qualsiasi etnia. Oppure una foglia arricciata dalla mancanza d’acqua e azoto. La natura trova un modo per comunicare la grevità di talune condizioni dell’esistenza, in modo diretto, sincero, non fraintendibile. Se c’è un fallo è nell’ascolto, che troppo spesso attende di essere imboccato dalle parole per riconoscere le occasioni di empatia. 

Quindi non me ne parlare. Perché nel momento in cui la comunicazione accade trasmuta, disperde qualcosa di naturale e puro. Avviene un fenomeno di deposito per cui il sentimento aereo gassoso si solidifica in un’azione dimostrabile, un lamento. Cioè una razionalizzazione di un senso, uno spiegone che svuota di significato la purezza insita nella gravità. 

La fatica è resistenza, di cui la natura è insegnante. Perché non pretende comunicare col verbo eppure è saldamente chiara nel suo esempio. Perciò riprendiamo il nostro posto con atteggiamento contemplativo e smettiamo di spiegare ciò che possiamo sentire.
È tutto qui, davanti agli occhi. Un topo morto per noi.

Voce stanca
sussurra la fine
così che io possa
diventare roccia  
pregna di pori
di inamovibile ascolto.