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Sui popoli mediterranei

“La notte, dopo cena, sul letto – era ad Alessandria o a Beirut? Fa lo stesso – dopo che suo padre era andato con gli amici al night-club e a casa erano rimasti solo loro tre, ascoltava la sorella cantare: le parole di una canzone greca, una canzone d’amore e di morte, una lunga storia raccontata su una melodia ripetitiva, composta da un ritornello infinito, un miscuglio ben dosato di musica liturgica ebraica, flamenco spagnolo, canzone napoletana e un flebile ricordo del lamento del coro dell’antica tragedia greca. In seguito avrebbe capito – lo sapeva già da allora – che queste canzoni percorrevano tutto il Mediterraneo; che la loro origine è nei canti dei marinai fenici i quali, migliaia di anni fa, spingendo i remi e spiegando le vele, erano salpati dalla riva le cui acque ora lambivano il giardino della loro casa, ed erano arrivati all’oceano; e in ogni posto avevano lasciato un segno e un ricordo, che nei secoli avrebbe fatto di questo mare l’anima della cultura. Ebrei, elleni, musulmani e cristiani si sarebbero incontrati e divisi, si sarebbero massacrati e poi avrebbero avuto nostalgia gli uni degli altri, e alla fine, uno dopo l’altro sarebbero usciti di scena. Se ne sarebbero andati, per poi tornare, ciclicamente, in una terrorizzata fuga, tra grida di dolore e distruzione, nel bagliore dello scoppio di navi da guerra in fiamme, nel lamento delle madri per i figli uccisi. Poi ci sarebbe stato un lungo silenzio, come se si levassero dalla tomba e ritornassero, nell’odore dell’arrosto di agnello, nel suono dei giradischi, nelle canzoni che si trascinano stanche, lunghe e disperate.

(Benjamin Tammuz, Il minotauro)