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Sulle creature selvatiche

“«Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell,» lo ammonì Holly. «È stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un’ala spezzata. E una volta un gatto selvatico adulto con una zampa rotta. Ma non si può fare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuol bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concedete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo.»”

(Truman Capote, Colazione da Tiffany)

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Sul cuddy

“Il luogo detto cuddy era una luminosa cabina di coperta ricavata a poppa, una sorta di attico sulla grande cabina sottostante. Una parte era stata un tempo quartiere degli ufficiali, ma dopo la loro morte tutti i divisori erano stati eliminati e l’intera stanza tramutata in un ampio e aerato atrio marino, che per l’assenza di mobili eleganti e il pittoresco disordine di strani accessori assomigliava vagamente all’anticamera vasta e disordinata di un eccentrico gentiluomo di campagna scapolo, di quelli che appendono la giacca da caccia e la borsa del tabacco alle corna di un cervo, accalcando poi nello stesso angolo la canna da pesca, le molle e il bastone da passeggio.”

(Herman Melville, Benito Cereno)

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Su Haiti

“La rivoluzione haitiana aveva coinciso, e non solo temporaneamente, con la rivoluzione francese. […]
Nel 1802, quando il generale Toussaint-L’Ouverture, capo dell’esercito degli schiavi era da poco stato fatto prigioniero, il generale Leclerc aveva scritto dall’isola a suo cognato Napoleone: «Ecco la mia opinione su questo paese: bisogna far fuori tutti i neri della montagna, uomini e donne, e risparmiare soltanto i bambini di età inferiore ai dodici anni; bisogna sterminare la metà dei neri della pianura e non lasciare nella colonia neppure un mulatto con le mostrine». Il tropico si vendicò di Leclerc che, nonostante gli scongiuri di Paolina Bonaparte, morì «strozzato dal vomito nero» senza poter portare a termine il proprio progetto: ma l’indennizzo in denaro si rivelò un peso schiacciante sulle spalle degli haitiani indipendenti che erano sopravvissuti ai bagni di sangue delle successive spedizioni militari mandate contro di loro. Il paese nacque nello sfacelo e non si riprese mai più: oggi è il più povero dell’America Latina.”

(Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina)

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Sui popoli mediterranei

“La notte, dopo cena, sul letto – era ad Alessandria o a Beirut? Fa lo stesso – dopo che suo padre era andato con gli amici al night-club e a casa erano rimasti solo loro tre, ascoltava la sorella cantare: le parole di una canzone greca, una canzone d’amore e di morte, una lunga storia raccontata su una melodia ripetitiva, composta da un ritornello infinito, un miscuglio ben dosato di musica liturgica ebraica, flamenco spagnolo, canzone napoletana e un flebile ricordo del lamento del coro dell’antica tragedia greca. In seguito avrebbe capito – lo sapeva già da allora – che queste canzoni percorrevano tutto il Mediterraneo; che la loro origine è nei canti dei marinai fenici i quali, migliaia di anni fa, spingendo i remi e spiegando le vele, erano salpati dalla riva le cui acque ora lambivano il giardino della loro casa, ed erano arrivati all’oceano; e in ogni posto avevano lasciato un segno e un ricordo, che nei secoli avrebbe fatto di questo mare l’anima della cultura. Ebrei, elleni, musulmani e cristiani si sarebbero incontrati e divisi, si sarebbero massacrati e poi avrebbero avuto nostalgia gli uni degli altri, e alla fine, uno dopo l’altro sarebbero usciti di scena. Se ne sarebbero andati, per poi tornare, ciclicamente, in una terrorizzata fuga, tra grida di dolore e distruzione, nel bagliore dello scoppio di navi da guerra in fiamme, nel lamento delle madri per i figli uccisi. Poi ci sarebbe stato un lungo silenzio, come se si levassero dalla tomba e ritornassero, nell’odore dell’arrosto di agnello, nel suono dei giradischi, nelle canzoni che si trascinano stanche, lunghe e disperate.

(Benjamin Tammuz, Il minotauro)

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Sulla partenza

“Gioia, compagna di bordo, gioia!
(Piacere, griderò alla mia anima alla morte)
la nostra vita è conclusa, la nostra vita incomincia,
partiamo dopo esser stati tanto all’ancora,
la nave è libera finalmente, ora salta!
Velocemente fugge dalla riva,
gioia, compagna di bordo, gioia.

(Walt Whitman, Gioia compagna di bordo, Gioia!, Foglie d’erba)

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Sulla ricerca

“Dovevo andare fino al limite estremo del mio albero genealogico, fino alla fine del mio dolore per riuscire a ritrovare la gioia di vivere; forse sarebbe stato necessario morire per rinascere e occupare così il mio vero posto nel mondo.”

(Alejandro Jodorowsky, Psicomagia)

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Sull’eroe

“Nella tragedia, dunque, non assistiamo semplicemente al cedere dell’uomo di fronte al destino, quanto piuttosto al realizzarsi dell’uomo in un conflitto che dà al destino stesso la sua forma.
L’ eroe tragico, con la sua azione, ritarda il compiersi del fato: lo fa esitare e apparire contingente introducendo anche nell’ineluttabile un germe di incertezza, di dilazione, che diventa anch’essa un’esperienza limitare, in cui si affaccia la duplicità di un dio che è salvezza e condanna, bene e male, e di un soggetto che è contemporaneamente colpevole e innocente, prossimo agli dei e posto in una distanza assoluta e senza mediazione con essi.”

(Euripide, Le Baccanti)

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Peith-omai

[…] Per un essere umano, che per quanto stimato rimane pur sempre un animale, è talmente facile cedere agli istinti che ogni atto finisce per celare un peccato in potenza. Allora l’uomo di fede applica dei precetti positivi in modo trasversale e super culturale – delle norme più vicine a un vero senso di humanitas che alla dottrina religiosa – per consolare e lenire la colpa e il dolore della fine.

Tuttavia siamo peggiori degli animali, perché abbiamo voluto il mondo. […]

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Base

Un incontro è sufficiente a per

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Sul miracolo

“A me è sempre piaciuta la storia del Buddha che arriva a un fiume, la gente gli chiede di traversarlo camminandoci sopra, e lui, indicando una barca, dice: «Con quella è più semplice».”

(Tiziano Terzani, Un indovino mi disse)