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Idles – I’m Scum

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Beach Volley

Giulio in posizione di battuta colpì la palla da sotto in sopra; il lob passò mezzo metro sopra il nastro della rete. Nell’altro semi-campo Argentina chiamò la ricezione, lasciò andare lo schiaffo verso la palla, ma già prima di toccarla gridò «Ho perso la fede! Ho perso la fede!» e si lasciò cadere in ginocchio sulla sabbia. Aveva gli occhi rossi. Punto all’altra squadra, partita finita.

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Quinto quarto – pt.3

Abou torna al molo, si china sulla barca e recupera il secchio con le telline giovani; lo poggia sulla banchina. Accomoda la bisaccia sul torace – la conchiglia è solida al suo posto – solleva il secchio e si allontana dal molo con passo lento. Nel centro abitato le case basse sospirano dalle finestre sulla via i fumi soffritti del pranzo, in un salotto occultato da tende di merletti bianche suona il jingle di un telegiornale. Abou svolta alla sua sinistra, su di un viottolo di sabbia delimitato da uno steccato basso di canne; scorge davanti a sé il profilo delle dune e una macchia. Non è ora di pesca. Una sagoma in piedi qualche metro dentro l’acqua, porta un cappello, è vestita di nero; nei pressi a riva una canna fissata vicino una sedia apribile. Abou si dirige in quella direzione. Si ferma sul bagnasciuga, posa il secchio e toglie le scarpe; leva il panno dal secchio e lo poggia sulle scarpe. Sistema la bisaccia a tracolla. Chi è quell’individuo? Il profilo del pescatore è schermato dalla falda del copricapo, il suo corpo intubato in una tunica senza forme. Abou recupera il secchio e cammina verso l’acqua; si arresta in linea col pescatore, lo tiene alla sua destra. Abou prende una manciata di arselle e le sparge con gesto ampio a mezzaluna come di semina.
«Abou» dice il pescatore.
Abou si volta. Il pescatore è un’anziana signora, ha gli occhi cerchiati da un pesante trucco nero, tiene le mani chiuse a coppa sul grembo prominente.
«Sono Marìca» sorride senza denti. «Ti aspettavo.»
«Perché?»
«Guarda» allunga una mano. Delle frattaglie di pesce. «Ho una risposta alla tua domanda.»
«Che domanda?» risponde Abou.
«All’alba vieni qui con la conchiglia che hai nella borsa. Immergiti e ascolta» dice avvicinando la mano libera a coppa vicino l’orecchio.
Abou la guarda, strizza le palpebre un paio di volte, inebetito.
«Tieni chiusi quegli occhi per un momento!» esclama la donna stizzita.
Abou chiude gli occhi. Ascolta il respiro del mare.
Il calore del sole invernale.



Se hai perso le puntate precedenti:
Quinto quarto pt.1
Quinto quarto pt.2

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Sul minotauro

“Si mi oído alcanzara todos los rumores del mundo, yo percibiría sus pasos. Ojalá me lleve a un lugar con menos galerías y menos puertas.
¿Como será mi redentor?, me pregunto.
¿Será un toro o un hombre? ¿Será tal vez un toro con cara de hombre? ¿O será como yo?”

(Jorge Luis Borges, La Casa de Asterión, El Aleph)

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Johnny Osbourne – Ice Cream Love

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Quinto quarto – pt.2

La barca di Abou entra nella foce del porto. I pescherecci dondolano pacifici lungo le banchine. Un pescatore alza lo sguardo dalla matassa di reti e solleva un braccio. Abou lo imita. Guarda il Casio: mancano pochi minuti alle dodici. Raggiunto il molo, Abou passa una cima attorno alla bitta e ormeggia l’imbarcazione. Recupera la bisaccia e la mette intorno al collo, con una mano tasta il rigonfiamento in corrispondenza della conchiglia. Nulla di rotto. Solleva le bacinelle con le telline desabbiate e le dispone su di un pianale sistemato sulla banchina. Smonta e inizia a setacciare il raccolto: divide le telline dai gusci vuoti e dai sedimenti e poi nuovamente le telline giovani da quelle mature. Muove le arselle nell’acqua tiepida – lo sfregamento subacqueo produce un suono simile a quello dei semi di hota agitati nei sonagli. Riempie un secchio con le telline giovani, le copre con un panno e lo sistema nella barca. Riversa in un sacco le buone, lo carica in spalla e si incammina.

Abou entra nel locale della cooperativa. Un pescatore brizzolato sistema delle spigole in bella vista sul bancone sul quale campeggiano mucchi di latterini, file di gallinelle e di cernie e canocchie.
«Ciao Pino» lo saluta Abou.
«We ciao».
Abou si dirige verso una grossa bilancia sulla quale svuota il suo carico di telline; Pino lo raggiunge dall’altra parte, si sporge per vedere il numero indicato dalla lancetta.
«Trentacinque chili».
Va alla cassa, la apre e conta delle banconote. Ritorna e le allunga ad Abou. Trentacinque euro.
«Grazie» dice Abou.
»Prego. Vatti a fare un piatto di pasta.»
«Meglio cous cous» risponde Abou.
Pino prende un coltello e una tellina, infila la lama nella fessura e fa scattare le valve.
«Non capisci niente di cucina» gli dice e si infila in bocca la metà di guscio con il mollusco.





Se hai perso la puntata precedente:
Quinto quarto pt.1

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Lockdown Bianchi

Il signor Bianchi aprì il cancello della sua villa con un piede e portò fuori il corpo del tunisino afferrandolo da sotto le ascelle. La strada era deserta, l’alba lontana. Lo trascinò per alcuni metri senza che quello riprendesse conoscenza. Giunto davanti a un ristorante lo mollò con uno sbuffo di fatica, giusto vicino ai secchi per la differenziata. Si fregò le mani, sistemò la camicia sulle maniche. Tirò su forte col naso due volte. Tornò verso casa con passo svelto.

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Sulle creature selvatiche

“«Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell,» lo ammonì Holly. «È stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un’ala spezzata. E una volta un gatto selvatico adulto con una zampa rotta. Ma non si può fare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuol bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concedete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo.»”

(Truman Capote, Colazione da Tiffany)

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Kate Tempest – Theme From Becky

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Base [eng]

One meeting is enough to for