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+poesia

Sdraio

Non c’è ombra del mio cuore
RAM rotta
circuitazione dischiusa
maledizione di Montezuma
sulla volontà:
calippo al sole.

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+copywrestling

La gabbianella e il matto

Scalai marcia e fermai la macchina al rosso del semaforo in via l’Aquila. Misi in folle, a mezzogiorno e trenta esatte. Un movimento alla mia sinistra attirò lo sguardo fuori dal finestrino, alle macchine parcheggiate a spina. Sul tettuccio di una punto ELX un gabbiano consumava un topo per pranzo. Il roditore giaceva a pancia in su, eviscerato sulla carrozzeria verde petrolio butterata dal sole; il pennuto lo punzonava con precisione per asportare brandelli di carne.
Suonò il clacson di una macchina. Infilai la prima e ripartii, scosso dalla crudeltà della scena.

Un’ora dopo pranzai malvolentieri e durante il resto della giornata non riuscii a dimenticare il becco insanguinato e la piccola carcassa sventrata. Dedicai un pensiero al possessore dell’auto, mi figurai lo sbigottimento, lo introiettai, paralizzante. Ricordo che mi coricai verso l’una di notte persuaso della cattiveria del gabbiano: quelle fossette ai lati del becco appartenevano a un ghigno sadico, di deliberata e divertita efferatezza. Chiusi gli occhi e accarezzai l’idea di ucciderne uno, per vendetta contro il male presente in natura. Quel mal bianco.
Il pensiero anziché introdurmi al sogno iniziò a vibrare nella testa, fino alle mani, che si velarono di sudore. Mi tirai a sedere e afferrai il cellulare, cercai il numero del Passerotto moldavo, chiamai.
«Ci sei?» dissi.
In venti minuti mi presentai al luogo dell’appuntamento, all’entrata in via xxxxx del Parco della Caffarella, mi accesi una sigaretta. Lui arrivò dopo cinque minuti. Senza convenevoli gli chiesi un ferro, lui altrettanto asciutto mi rispose «cinquecento». Avevo con me i soldi, conoscevo la tariffa, glieli porsi. Lui contò velocemente, poi si diresse verso la macchina con la quale era venuto, una Clio grigia modello 2008. Lo vidi sparire all’interno del lato passeggero per poi tornare con in mano un fagotto di stoffa che mi consegnò. Lui non disse una parola, io non feci la menoma domanda. Attraverso il tessuto afferrai il calcio metallico e il peso dell’arma mi conferì la sensazione di sicurezza e potenza che cercavo. Figurai il cranio del gabbiano esploso da un colpo.
Mi separai dal trafficante moldavo e tornai verso casa con l’eccitazione in corpo.

Mi svegliai di primo mattino, o forse non dormii. Quella sensazione esatta la provai la notte prima della laurea, una vita fa. Mi rizzai a sedere sul letto e la guardai , poggiata nuda e nera sulla madia davanti a me. Fremevo dalla voglia di sparare. Completai di fretta la normale routine mattutina e una volta pronto a uscire la impugnai e la infilai nei pantaloni dietro la schiena come un professionista, lasciai scivolare sopra la camicia. Uscii di casa. Era una giornata aperta, profumata della prima estate. Subito sentii il loro verso in alto: sapevano. Alzai la testa al cielo ma non li vidi, così presi a camminare con passo svelto, determinato nei panni del vendicatore. Giunto alla fine della via scorsi dall’altra parte della strada il re dei gabbiani, che troneggiava petto in fuori sopra uno dei secchioni davanti ai giardini di quartiere. Attraversai. Più mi avvicinavo, più pareva una bestia imponente dalla cima del suo castello di indifferenziata, spazzino del male. Mi fermai a un paio di metri e la impugnai, fredda e pesante, la puntai e azionai il cane. Al suono del clic il pennuto mi fissò col suo sguardo assassino, il suo becco contro la mia canna. Il polso mi tremava impercettibilmente, la pelle sull’impugnatura era sbiancata dalla pressione. Premetti il grilletto.
Un tonfo seguì alla detonazione, poi dei latrati. Un corpo giaceva nella polvere all’interno del dog park, dietro i secchioni. Il gabbiano si era alzato in volo, garrente.
L’ho ammazzato quell’uomo.
Così sono finito dentro.

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+poesia

Aquilombre

Un riquadro
in balia del senso
un filo debole
da me alla volta
stuccata di sogni
sotto cui contemplo
lo stesso sito
e sussulto
di un millimetro
al poco di ieri
che è già niente.

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+poesia

Autostop

Blink di scocche
al rosso spot
fine di strada

puzzle di arresti
e sguardi in rada
out the finestrino.

Contorto l’arbusto,
in grigio a lutto
e piccolo respiro,

thumbing la route
per un ultimo sguardo
ai Campi di Annibale

quando il prato
estivo
si riempie di margherite.

Scatta il verde,
burnout di copertoni
shriek sull’asfalto

il tronco coughs
piantato all’ombra
del semaforo

nell’eterna condanna
del traffic decoro
a osservare

la vita fermarsi
e ripartire
verso altri campi.

 

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microracconti

Gesto inconsulto

Un fiotto rosso macchiò il lampadario.
Nessuno disse “Auguri”.

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+copywrestling microracconti

Tania

La sua vita cambiò quando lui comprò una macchina.

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+convinzioni

Disunione europea

Nei mesi scorsi l’Europa ha perso una grande occasione di unità, con buona pace di un Recovery Fund ancora da approvare. Se sulla manovra economica la sensazione è che i 27 paesi troveranno un voto congiunto, da un punto di vista paesaggistico e geopolitico il vecchio continente somiglia più a un arcipelago di nazioni alla deriva. Non che Avanti Covid partissimo da un modello granitico: la discussione sul puzzle comunitario non si è mai placata, il dito puntato contro la regia economica tedesca.

Tuttavia da quando il virus ci ha raggiunto, è stato sancito un gioco dell’uva desolante, senza appello. La Cina era vicina, era a Codogno, poi a Madrid, Bojo tornava pompiere oltre Manica e in un mese la battaglia era di tutti. Pareva. Perché proprio nel momento di acme, in cui la comunicazione predicava ossimori di distanziamento e solidarietà, ha avuto luogo lo scollamento della pangea europea. Alle chiusure totali adottate in Italia o in Spagna, hanno risposto Svezia, Danimarca e Paesi Bassi con città aperte e pennellate di primavera. Una stagione che in Italia abbiamo saltato a pié pari, cantando dai balconi per sopravvivere a un oblio di lievito madre e piegamenti. Non recrimino per la sofferenza psicologica, piuttosto per la solitudine dei nuovi poveri che dovranno continuare a farsi il pane e porteranno sul volto i calanchi economici del lockdown.

Chiudere castrando l’economia o rimanere aperti incrociando le dita era un testa o croce col demonio. Eppure una linea condivisa era auspicabile per dare un segnale forte di unione, mai stato. Purtroppo é un dato di fatto che la partita sulla gestione dell’epidemia si sia giocata su due livelli, quello medico ospedaliero e quello burocratico. In entrambi i casi aleggia lo spettro del fallimento per ciò che è stato, poteva essere e forse non sarà mai.

 

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GIL BAO

Vobevta_1

Conosci la formula, pronunciala.

«Oh povtentoso Gil Bao, ascolta i miei pvoblemi, solo tu mi puoi cuvave. Tu che possiedi le visposte, accetta questo obolo in cambio del sapeve di cui ho bisogno»

La donna infilò una mano nella pochette ed estrasse due banconote verdi, le poggiò per terra dinanzi alle punte sospese delle sue scarpe dal taglio classico, tacco basso, numero trentaquattro. I suoi riflessi la imitarono negli specchi infinite volte, davanti, dietro, di lato; i bracci destri tesi verso l’impiantito, le stesse ciocche di capelli si scomposero dal caschetto nero in altezza e profondità abissale – all’interno del cubo di sé. La voce di Gil Bao tornò a parlare. 

 

Il tuo contributo ti salverà. Pronuncia nome, cognome, età e ruolo sociale. 

«Mi chiamo Vobevta Scafati, ho quavantaquattvo anni e faccio la tvaduttvice.»

Si sistemò sulla sedia, una di quei modelli in stile viennese in voga nelle pizzerie di periferia, in tubolare nero lucido con lo schienale scomodo e la seduta in reticolato aggressiva sulla pelle. Roberta aveva attorno alle cosce un paio di trousers neri a sigaretta per il 65% in poliestere e il 35% in viscosa. Portava una fede all’anulare sn ed era miope e astigmatica da ogni punto di vista. 

 

Enuncia il nucleo familiare dei tuoi genitori e il tuo. Per ogni membro riferisci nome, cognome, età e ruolo sociale.

«Mio padve è Maviano Scafati, anni settanta, muvatove in pensione. Mia mamma Vita Altobelli, anni sessantasei, casalinga. Ho un fvatello, Pietvo Scafati anni quavantasei pvofessione tvaslocatove.»

Rincalzò la montatura che gli ingombrava il volto e si strinse un poco nelle spalle; sfiorò il seno sinistro col polso destro.

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microracconti

El dinosaurio

«Cuando despertó, el dinosaurio todavìa estaba allì.» (Augusto Monterroso)