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Copacabana

Dal buio, gli si parò davanti un ragazzino. Impugnava una pistola.
«Deixe o que você tem em mãos».
J. lasciò la presa sui mocassini, che atterrarono sulla sabbia.

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Dove sono?

La lancia lo colpì in petto, gli mozzò il respiro. Il cavaliere perse l’equilibrio, mollò la picca, si schiantò in un clangore di metallo sulla terra secca. Annaspò, l’arma giaceva vicina, irraggiungibile. L’avversario gli fu sopra, pedestre, si alzò la visiera della bigoncia. Gli occhi scuri erano cerchiati di nero. Bastardo. Il moro impugnò la lancia con due mani, il cavaliere serrò i denti. Bastardo infedele. La lancia lo trafisse sotto lo sterno, il manico di legno scuro tremò, un singulto. Bastardo. Esalò un sospiro, una lacrima gli fuggì lungo la tempia. Nuvole in lenta processione.

Il cavaliere moro afferrò il corno appeso al suo fianco e lo portò alle labbra. Soffiò con forza. Il suono grave si disperse nella vallata, dei corvi si alzarono in volo dai bastioni di un rudere. Soffiò ancora e attese, il guardo all’orizzonte, del fumo nero si arricciava.

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Zingarello

Il copertone della ruota posteriore stridette sull’asfalto. Gildo raddrizzò la bicicletta e spinse sui pedali, la strada principale era sgombera. Un’ombra alta lo affiancò sulla sinistra, lui si alzò sui pedali. Attraverso il vetro una donna con gli occhiali scuri arricciò il naso, suonò il clacson. Gildo tirò fuori la lingua. Si voltò in avanti, la carreggiata confluiva in un collo di bottiglia sotto uno degli archi dell’acquedotto. Spinse più forte sui pedali, l’ombra barrì di nuovo. Gildo ghignò, le gambe mulinavano sulle meccaniche cigolanti. Un altro lamento grave e il ragazzino vide il suo riflesso scivolare sulle carene lucide, il suv occupò ogni pertugio. Gildo afferrò i corni dei freni, ma la bicicletta continuò il suo moto.

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Il grattacheccaro

Suonò la campanella sospesa sul carretto. Qualche occhiata fugace dal capannello di bagnanti, nessuno lo raggiunse. Il suono di un fischietto, “è affogata” sentenziò un ragazzo uscendo dall’acqua. Il grattacheccaro scosse di nuovo la campanella. Si avvicinava un bambino e un rumore dal cielo.

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Settembrino

L’uomo sulla settantina portò il telefono all’orecchio e si abbassò la mascherina. «Domattina, se ti chiamo a una certa ora, ti vieni a mangiare pizza e fichi?».

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Asilo

Il bambino inginocchiato per terra estrasse lo stecco dal formicaio. Si drizzò in piedi e osservò la colatura di esserini neri. Portò lo spiedino alla bocca, succhiò bene le formiche che tentavano di scappare sul dorso della sua mano. Notò un altro bambino che lo fissava.
Sorrise, mentre una formica gli usciva dalla narice sinistra.

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Ora pro nobis

Il defunto aveva due figli, ma il prete ne nominò solo uno.

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Moviola

Un’anziana entrò nel parco accompagnata per mano dalla badante. Vide una coppia analoga procedere da un altro ingresso. Rimaneva una sola panchina libera, equidistante.

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L’arrotino

Stavo per incidere la carne quando suonò il citofono. Ruotai gli occhi, ma andai a rispondere portando con me il coltello.
«Chi è?» domandai.
«Serve l’arrotino?» rispose una voce.
Guardai la lama, poi lanciai uno sguardo in cucina: il corpo giaceva immobile.
«Scendo» dissi e riagganciai. Infilai in tasca chiavi e portafogli e con la mano libera mi chiusi la porta alle spalle.

Fuori dall’androne mi attendeva un anziano in sella a una bicicletta. La ruota posteriore bloccata da un cavalletto gli consentiva di sedere e operare la mola posizionata davanti al manubrio; questa era collegata con una cinghia di trasmissione ai pedali.
Mi avvicinai; l’uomo puzzava di chiuso e di aglio. Era più pittoresco vederlo gironzolare per il quartiere che stargli accanto. Gli porsi il coltello, lui lo prese e iniziò a pedalare. Una struttura precaria in ferro battuto sosteneva un barattolo di pelati con un minuscolo foro sul fondo, dal quale stillavano gocce d’acqua per la lubrificazione. Dopo alcuni minuti di carezze metalliche l’arrotino portò la lama in controluce e la osservò con gli occhi ridotti a fessura. Sorrisi in attesa, lieto di contribuire a quel mestiere randagio. Lui si voltò verso di me e disse «venti euro». Cavolo, pensai. Aprii il portafoglio: niente banconote. Trovai tre euro e quaranta nel porta monete.
«Scusi» dissi «devo andare a ritirare, la banca è qui dietro».
«Dammi» rispose lui allungando una mano, con l’altra mi puntò il coltello contro.
Depositai gli spicci sui calli del palmo e feci due passi all’indietro; il vecchio intascò le monete, scavallettò il mezzo, mi lanciò un’ultima occhiata arcigna e si allontanò con lentezza, il coltello in mano.

Tornai al piano della cucina. Il pollo faceva spallucce sdraiato sul tagliere.
Promisi che non avrei più disossato, né assecondato un arrotino.

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El dinosaurio

«Cuando despertó, el dinosaurio todavìa estaba allì.» (Augusto Monterroso)