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Un incontro è sufficiente a per

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Sospetto

Il diavolo sta in Sardegna, quindi l’incendio alla riserva dello Zingaro deve essere stato causato da un umano.

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Cena pesante sogno a colori

I miei mi accompagnano a Trastevere per un test universitario (?). Arriviamo lato lungotevere Gianicolense, perché mio padre dice che i veri romani, tipo Verdone (?), entrano a Trastevere da via della Lungara. Ci accostiamo prima della ztl, scendiamo dalla vettura; consumo un’insalata mentre parlottiamo dell’origine del nome “Roma” – mia madre propone un’etimologia dall’etrusco Ruma (mammella), in riferimento alla lupa e ai colli.
A un certo punto papà dice, perché non entriamo dai, stiamo qua in mezzo alla strada… conosco una scorciatoia in riferimento alla ztl; io provo a oppormi, ma senza successo, perché quando siamo a Roma papà torna a quell’età mentale in cui crede che tutto gli sia concesso (Rambo-syndrome). Rimontiamo sulla BMW (?) e con un paio di manovre puntiamo col muso il varco attivo. Papà avanza adagio. Cazzo, dice, hanno chiuso anche quella vietta che era senza pedaggio, mentre scivoliamo lentamente spacciati verso la multa. Poco prima del traguardo sbuca un romanetto sulla cinquantina col cappellino da baseball e una barba corta, bianca, che ci fa cenno con la mano di procedere, con fiducia. Mentre passiamo il confine invisibile, lui copre la fotocellula con un dispositivo (?). Gli siamo appena sfilati davanti e lui dà un calcetto al paraurti posteriore della macchina, che evidentemente mal fissato, cede e cade. Papà quando gli toccano la macchina sbrocca, quindi scende e gli lancia tosto un ah frocio, molto poco futuristico dal quale prendo intellettualmente le distanze. L’altro, il romanetto, con calma imperiale – che non mi sarei aspettato – gli risponde coso mi devi pagà.
Per cosa?
Come per cosa? Che te pensi che me stai simpatico?
Papà è amareggiato, glielo leggo in volto. Tradito da Roma, quella in cui è sempre giovane e baldo. Mi dispiaccio, quasi mi commuovo.
Quanto vuoi? Gli domanda papà, mentre Romoletto sta accroccando in qualche modo il paraurti.
Trenta risponde quello (valuta sconosciuta).
Papà è basito, ma tira fuori i soldi, glieli porge. E dieci per il paraurti aggiunge Romoletto. Papà ora è sconfitto, più anziano della sua età, quasi morto, debole e vessato. Con le ultime forze trova tre monete d’argento e si libera anche di quelle, tieni stronzo gli dice risalendo in macchina. Sento il cuore pesante e mi sveglio.
Il peso del cuore si confonde con quello del cinghiale, sullo stomaco.

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Lo strano rapporto tra Ciampino e il futuro

A Ciampino il futuro è al passato remoto – fu.

Ultimato l’aeroporto atterrò tra le vigne un periodo abbagliante di crescita. Famiglie di emigranti calamitate dal centro-sud ai boeing 747, come grandi arche di un nuovo comune: due abruzzesi, due campani, due calabresi, a cui l’inverno all’ombra dei Castelli Romani si prospettava meno freddo. 
Con la primavera degli anni ’70 sbocciarono palazzine non troppo alte e villette unifamiliari, gli scampoli di prato si popolarono di animali domestici; il bowling e la Snai colmarono lo spazio del dopolavoro, assestando le pretese culturali e sociali della cittadinanza su una perlomeno stabile mediocrità. E su una sordità accettabile al continuo viavai, là in alto. Gli anni ’90 furono l’acme d’oro, l’inizio della fine per i primi ciampinesi di nascita.

Oggi a Ciampino (quasi 40mila abitanti) non c’è un teatro, un cinema, il pub è unico; i cantieri sono monumenti e la biblioteca è cantiere da anni, più del cantiere. Un mio amico ha un contratto indeterminato, tutti noialtri portiamo pizze a domicilio.
 Con certi presupposti sociali diventa difficile parlare di prospettive individuali, laddove le brillanti intuizioni d’estate si seccano all’autunno dei nostri luoghi e l’unico volo low costa porta a San Lorenzo e pure sa già di Peroni e libertà.

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Qual è l’orario più fastidioso del campionato?

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È giunto il momento di individuare l’appuntamento più odiato dagli italiani (che non seguono il calcio).

Per comodità dei votanti ho escluso i turni infrasettimanali, dando per assunto che quelli del weekend fossero molto più irritanti. Ripensate ai pomeriggi in casa, alle cene in silenzio, agli amici degli altri – a che ora il calcio fa più male?

DISCLAIMER
Il voto è anonimo.
I vostri congiunti continueranno a calpestare i vostri interessi all’orario prefissato.

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La gabbianella e il matto

Scalai marcia e fermai la macchina al rosso del semaforo in via l’Aquila. Misi in folle, a mezzogiorno e trenta esatte. Un movimento alla mia sinistra attirò lo sguardo fuori dal finestrino, alle macchine parcheggiate a spina. Sul tettuccio di una punto ELX un gabbiano consumava un topo per pranzo. Il roditore giaceva a pancia in su, eviscerato sulla carrozzeria verde petrolio butterata dal sole; il pennuto lo punzonava con precisione per asportare brandelli di carne.
Suonò il clacson di una macchina. Infilai la prima e ripartii, scosso dalla crudeltà della scena.

Un’ora dopo pranzai malvolentieri e durante il resto della giornata non riuscii a dimenticare il becco insanguinato e la piccola carcassa sventrata. Dedicai un pensiero al possessore dell’auto, mi figurai lo sbigottimento, lo introiettai, paralizzante. Ricordo che mi coricai verso l’una di notte persuaso della cattiveria del gabbiano: quelle fossette ai lati del becco appartenevano a un ghigno sadico, di deliberata e divertita efferatezza. Chiusi gli occhi e accarezzai l’idea di ucciderne uno, per vendetta contro il male presente in natura. Quel mal bianco.
Il pensiero anziché introdurmi al sogno iniziò a vibrare nella testa, fino alle mani, che si velarono di sudore. Mi tirai a sedere e afferrai il cellulare, cercai il numero del Passerotto moldavo, chiamai.
«Ci sei?» dissi.
In venti minuti mi presentai al luogo dell’appuntamento, all’entrata in via xxxxx del Parco della Caffarella, mi accesi una sigaretta. Lui arrivò dopo cinque minuti. Senza convenevoli gli chiesi un ferro, lui altrettanto asciutto mi rispose «cinquecento». Avevo con me i soldi, conoscevo la tariffa, glieli porsi. Lui contò velocemente, poi si diresse verso la macchina con la quale era venuto, una Clio grigia modello 2008. Lo vidi sparire all’interno del lato passeggero per poi tornare con in mano un fagotto di stoffa che mi consegnò. Lui non disse una parola, io non feci la menoma domanda. Attraverso il tessuto afferrai il calcio metallico e il peso dell’arma mi conferì la sensazione di sicurezza e potenza che cercavo. Figurai il cranio del gabbiano esploso da un colpo.
Mi separai dal trafficante moldavo e tornai verso casa con l’eccitazione in corpo.

Mi svegliai di primo mattino, o forse non dormii. Quella sensazione esatta la provai la notte prima della laurea, una vita fa. Mi rizzai a sedere sul letto e la guardai , poggiata nuda e nera sulla madia davanti a me. Fremevo dalla voglia di sparare. Completai di fretta la normale routine mattutina e una volta pronto a uscire la impugnai e la infilai nei pantaloni dietro la schiena come un professionista, lasciai scivolare sopra la camicia. Uscii di casa. Era una giornata aperta, profumata della prima estate. Subito sentii il loro verso in alto: sapevano. Alzai la testa al cielo ma non li vidi, così presi a camminare con passo svelto, determinato nei panni del vendicatore. Giunto alla fine della via scorsi dall’altra parte della strada il re dei gabbiani, che troneggiava petto in fuori sopra uno dei secchioni davanti ai giardini di quartiere. Attraversai. Più mi avvicinavo, più pareva una bestia imponente dalla cima del suo castello di indifferenziata, spazzino del male. Mi fermai a un paio di metri e la impugnai, fredda e pesante, la puntai e azionai il cane. Al suono del clic il pennuto mi fissò col suo sguardo assassino, il suo becco contro la mia canna. Il polso mi tremava impercettibilmente, la pelle sull’impugnatura era sbiancata dalla pressione. Premetti il grilletto.
Un tonfo seguì alla detonazione, poi dei latrati. Un corpo giaceva nella polvere all’interno del dog park, dietro i secchioni. Il gabbiano si era alzato in volo, garrente.
L’ho ammazzato quell’uomo.
Così sono finito dentro.