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In fumo

Separarsi è difficile, soprattutto quando arriva il momento di spartirsi le cose. Quando si possiedono tanti libri – come nel nostro caso – è un problema, anche perché siamo più brave a leggere che a parlare. Dividere la libreria è un problema, capirsi è un problema.

Svolto in via dei Salentini e mi risale la sbornia dei Negroni degli ultimi sette anni, deglutisco, non voglio sboccare, non sono io quella che sbocca. Io sono quella che resiste. Arrivo al cancello esterno e trovo la chiave nera scrostata, per l’ultima volta, attraverso le puzze dell’androne, dei secchioni dell’umido, del prodotto  chimico per linoleum, la guardina vuota del portiere. Entro nell’ascensore, schiaccio 4, la bara si chiude. Al quarto c’è la nostra porta, quella con le cicatrici degli studenti passati, degli ultimi sette anni, quanti soldi buttati lì dentro. È deserta casa, a parte la libreria, il divano e te. Sui pavimenti e sui muri è rimasta l’ombra del nostro arredamento, dei nostri quadri senza cornice.

Un rotolacampo di plastica attraversa il salone delle feste. Il lampadario macchiato di fragolino in un capodanno di qualche anno fa è stato smontato; in quell’angolo stava la madia su cui Adolfo mi ha fritto il computer con un gin tonic. Quanti ricordi, ma perché non parli? Mi tolgo il poncho, lo lascio cadere vicino alla cicatrice sul pavimento lasciata dal pappagallo del tecnico dei condizionatori, quel georgiano con una corona di spine tatuata sull’avambraccio. Ti avevo imitato il suo accento dell’est, avevamo riso, sdraiate a quel fresco nuovo, inebriante.

Ma ora tu non fiati, accovacciata sul divano-letto ti accendi una sigaretta, sei l’unica che ancora fuma MS morbide, fanno schifo, sputi una nuvoletta di fumo bluastro, che sembra dire “se non parli tu, a me non frega niente di dirti come sto, dove andrò, cosa farò, voglio solo spartire questi maledetti libri, una volta per tutte”. Acida. Meno male che abbiamo già tolto le tende altrimenti si impregnano di fumo. Non abbiamo mai fumato dentro da quando abbiamo ridipinto tre anni fa. Per fumare ci stringevamo in balcone, ed era una scusa per starti vicino. Ora non parli, aspetti che lo faccia io? Col cazzo, mi rollo un drummino guarda, filtro ultra slim, cartina, tabacco, lecco e accendo. Mh, buono, sputo il mio fumo leggero verso le tue volute in dispersione, come a dirti “sai che c’è? neanche a me importa di parlare, non sono qui per discutere o per dare prova di forza, inizia tu, scegli i libri che preferisci, sono superiore”. Amanda – fa ancora strano pensarti per nome -, tu ti volti verso la parete, proprio verso quel punto vicino alla finestra chiusa, dove c’era appesa quella mattonella comprata a Tropea assieme a un caciocavallo podolico, e sputi altro fumo, gonfio. Come a dire “inizia tu, per me quei libri sono tutti importanti, non posso scegliere, io li ho letti tutti, sei tu quella che i libri li mollava, prenditi quello che ti pare, così posso odiarti per le tue scelte”. Certo, il tuo solito atteggiamento passivo-aggressivo, hai fatto così anche quando dal profilo della tua amica dj hai visto quella mia storia con la tipa con il casco. Anche quella volta ti eri accesa una paglia, come a dire “tu puoi fare come ti pare, io resisto e subisco le tue malefatte, ma non ti lascio, preferisco stare e odiarti in silenzio”, ma parliamo no? sì, ti avevo escluso dalle mie storie e quindi? Te lo rispiego, guarda il mio fumo, “le cose già non andavano, non ci vedevamo da un mese, avevo incontrato questa amica motociclista, fissata con le Royal Enfield come me, e gli ho chiesto di fare un giro. Vuoi sapere se abbiamo scopato? La risposta è no, abbiamo mangiato un panino con la porchetta ad Ariccia, ok? Va bene così?”.

Ma tanto non ci capiamo, come al rave a Fiastra, lì stavamo insieme da poco, e mi hai beccato quel messaggio – comunque innocente – con la mia ex, allora con uno sforzo potevo capirti, ma ora… Ti stringi nelle gambe pelose, i tuoi occhi da gatta strabica mi fulminano, sputi altro fumo, come se volessi dire “non serve a niente questo tuo ostracismo, ci porterà solo a perdere altro tempo, o fai come dico io o possiamo rimanere qui fino a notte, fino all’alba, facciamo after.” Stavolta non abbiamo neanche una cucina per uno spaghetto aglio e olio, per assorbire questa sbornia di incomunicabilità.

Cammino in circolo, sono nervosa, non mento, altro che, tiro a fondo il drummino, mi brucia nei polmoni, forse sono malata, forse dovrei smettere, guarda quanto fumo, equivale a dirti, “io posso anche iniziare a scegliere i libri, guarda prendo tutti i miei capisaldi, la Nothomb, la trilogia di Cartarescu, quella merda commerciale di Harry Potter come la chiami tu, ma tanto il problema tuo rimane, una volta divisi i libri, questo gigante deficit personale, affettivo che hai rimane, perché finché non inizi la transizione non sarai mai soddisfatta di te, di quello che hai intorno, di chi avrai vicino”.

Ecco finalmente l’ho detto. Il drummino mi brucia le dita, lo butto sul prezioso cotto Marazzi, come si dice “sticazzi”, non mi frega più niente, lo spengo con la punta delle Asics, lascia una macchia nera. Tra di noi una cappa, una nuvola di fumo compatta, plastica, come i cirri pannosi che circondano l’Olimpo in Hercules. Non si distingue più il fumo di chi, il tuo, il mio. Amanda, tu ti alzi e spalanchi la finestra, è sera, leggo TERMINI, la stazione. La nuvola non esce dalla finestra, la corrente non la risucchia, è solo nebbia, solo distanza. Ti affacci, cos’è ti puzza tutto quel fumo? Certo dammi pure le spalle, ma sono le nostre parole quelle. Sì, fanno schifo, ma questo ci siamo detti, poi chiaro, hai omesso che a tradirmi con un uomo sei stata tu, non certo io, che sì, avrò flirtato, mangiato porchetta, ballato, ma mai l’ho preso, mai l’ho cercato.Amanda non frignare, succede una cosa strana, lampi di elettricità statica percorrono il fumo, ci parla, è come se dicesse con voce tonante, “smettetela di accapigliarvi, di punzecchiarvi, di odiarvi. Non è colpa di nessuno, semplicemente non siete compatibili, il vostro destino è dividervi non costruire. Io sono l’unica cosa che avete davvero in comune”, un fulmine saetta e colpisce la libreria, che si spacca a metà, incredibile, assurdo, i libri in fiamme, la nuvola scivola verso la finestra, muovo due passi, tu ti ripari dietro al divano, un ultimo flash si accende nella scia nebulosa, come a dirci “mi avete sputato, ora disperdetevi”.  

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Incubo della notte

È un mostro della taglia di un istrice, di colore nero. Sul dorso ha delle creste di pelle morbida alle cui estremità spuntano delle protuberanze ossee simili a unghie. Le creste ondulano di continuo, come le pinne dei pesci tropicali, producendo per sfregamento un suono che ricorda quello del sonaglio dei crotali. Ha un muso fallico retrattile lungo, viscido e tozzo, la bocca è circolare ornata di due file di denti. Non emette versi, se non un rantolo opaco e continuo. È cieco, non ha occhi, percepisce lo spazio e il calore attraverso le creste. La coda è un fuso nero lungo e sottile che oscilla come un pendolo. L’incubo ha delle zampe piccole e forti poste sotto il torso, con le quali può arrampicarsi anche su pareti verticali. Ha un comportamento frenetico. In caso di pericolo può gonfiarsi come un pesce palla, tuttavia non è velenoso. Viene concepito da un germe di paura nell’utero della donna umana gravida, vi si impianta, si nutre del feto e fuoriesce nella notte della decima luna calante.

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Sulla intersoggettività

“La maggior parte degli individui assume che la realtà sia o oggettiva o soggettiva, e che non ci sia una terza opzione. Perciò, quando si convincono che qualcosa non pertiene soltanto alla loro sfera soggettiva, saltano subito alla conclusione che deve appartenere alla sfera dell’oggettività. Se un sacco di gente crede in Dio, se il denaro è il motore del mondo e se il nazionalismo provoca guerre e costruisce imperi – allora queste cose non sono soltanto una mia credenza soggettiva. Dio, il denaro e le nazioni devono essere realtà oggettive.
[…]
È relativamente facile accettare che il denaro sia una realtà intersoggettiva. La maggior parte degli individui non ha problemi nel riconoscere che gli antichi dèi greci, gli imperi del male e i valori di una cultura aliena esistono soltanto nella nostra immaginazione. Tuttavia noi non vogliamo accettare che il nostro Dio, la nostra nazione o i nostri valori siano mere narrazioni, poiché queste cose danno senso alle nostre vite. Vogliamo credere che le nostre vite abbiano un qualche significato oggettivo e che i nostri sacrifici abbiano un qualche valore che vada oltre le storie che costituiscono i nostri paesaggi mentali. In realtà le vite della maggior parte delle persone hanno un significato soltanto entro la rete di storie che si raccontano a vicenda.

(Yuval Noah Harari, Homo Deus, breve storia del futuro)

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+convinzioni altri microracconti

Dlin dlon

È l’ultima settimana per fare il preordine di “Convulsioni”, lo so, te ne eri dimenticat* ti scrivo per quello. Comunque non succede niente, dal 30 agosto sarà disponibile su tutti gli store digitali. Di seguito un altro breve estratto allo scopo di invogliarti o farti desistere
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Il link è questo – https://www.catarticaedizioni.com/2021/07/convulsioni-paolo-sfirri.html?fbclid=IwAR2tc_IuOOQgMQcXbeYtVVIykJOok0fUY6rZt4eMXW8kJA-bfUFZC1fxiJg

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Criolo – Sucrilhos

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Sulla modernità di un paese

“Finché la campagna resta arretrata, è arretrato anche il paese, contasse pure cinquemila fabbriche. Finché il figlio stabilito in città tornerà a visitare il villaggio natale come un paese esotico, la nazione alla quale appartiene non sarà moderna.”

(Ryszard Kapuscinski, Shah-in-shah)

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The Parrots – I Did Something Wrong

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Sulla percezione della musica italiana all’estero

“Dopo qualche secondo si mise a canticchiare una canzone di moda in Francia che non era ancora arrivata nella Guyana, dove arrivano prima i prodotti musicali degli Stati Uniti di quelli della Francia o dell’Italia o della Germania, sempre che in quei paesi si faccia musica.”

(Roberto Bolaño, Sepolcri di cowboy)

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Hablando solo

Andaba a tú lado hablando contigo junto al mar y te dije
– Ves esa barca, algún dia la tendremos. – Pasaron unos dias
Pasó una semana, dos semanas, tres semanas
Pasó un mes, dos meses, tres meses
Pasó un año, dos años, tres años.
Pasó veinte anos.
Y paso a paso, no sé si es que yo había adelantado el paso, mirè hacia tu lado y no estabas. Había barcas y yo pensé que había estado veinte años hablando solo.

15 novembre de dos mil trece
Anonimo

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Keziah Jones – Rhythm Is Love