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Estratto .52

“La prima settimana dopo le ferie si è conclusa. Il secondo capodanno è ormai alle spalle. Le conversazioni in principio rinverdite da nuovi, caldi aneddoti, tornano su una frequenza bianca – che reprime a stento l’affanno di aver abbandonato la vita reale profonda per tornare alla vita superficiale.

Così non è stato al festival di Venezia, dove tutti sorridevano, abbronzati oppure no.

Un attore può sentire solo di striscio l’ansia alla quale viene sottoposto un individuo che ha bisogno di lavorare; l’ansia di una vita ripetitiva. Che l’impiego ci sia o meno, sembra sempre la stesso movimento. Nella noia e nel dolore. Ogni rosso sul calendario evidenzia le falle di un progetto di vita errato – calibrato sul lavoro. Non che lavorare sia di per sé negativo, anzi è appagante. Il problema sorge nel momento in cui avviene una scissione tra l’essere umano e le condizioni applicate al suo lavoro. La così detta disumanizzazione del lavoro. Perlomeno dovremmo chiederci: in che momento ho abbandonato ciò che mi piace? Quella necessità era l’unico lumicino da seguire per ignorare la fatica. La fregatura è sempre stata domani. Poi un tuffo nell’intrattenimento e riemergi un tronco morto.”


Questo brano fa parte di “Convulsioni, le confessioni di un copywriter” (122 pagine), il mio libro d’esordio. Lo potete acquistare qui al sito di Catartica Edizioni oppure su tutti gli store online tipo Amazon, Ibs e Feltrinelli.

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