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Criolo – Sucrilhos

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+poesia

Boa

Sogno un serpente
né aggressivo, né morto
disteso nell’interstizio
tra il muro e il frigo
scuro e immobile
come quelle salsicce
che tappano gli spifferi
alla base delle porte.
Un brillio nella sua pupilla
e una tacita domanda:
“perché mi temi?”


Quel tremore tìmico
non lo riconosco

e nemmeno il mio amico
una volta desto.
L’intimo è losco.

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Sulla modernità di un paese

“Finché la campagna resta arretrata, è arretrato anche il paese, contasse pure cinquemila fabbriche. Finché il figlio stabilito in città tornerà a visitare il villaggio natale come un paese esotico, la nazione alla quale appartiene non sarà moderna.”

(Ryszard Kapuscinski, Shah-in-shah)

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microracconti

Partenza intelligente

Riccardo si accomodò gli occhiali sulla gobba del naso e riportò la mano sul volante. La gomma dello sterzo era appiccicosa, le braccia del ragazzo segnavano le 10:10. Oltre il parabrezza la strada a due corsie scorreva sgombera, a ogni chilometro il cielo si faceva più chiaro, le strisce segnaletiche ai lati della carreggiata più bianche. Era stato furbo a partire da Roma all’alba. Riccardo pigiò due volte il bottone lungo la portiera alla sua sinistra; una folata fresca prese a singhiozzare dal finestrino. Una ciocca gli solleticò la fronte. «Lezioni di nirvana» canticchiò, e proseguì la melodia tra i denti. I viaggi improvvisati erano i più entusiasmanti. Chissà che faccia avrebbe fatto Flavia quando non lo avrebbe trovato in casa. In lontananza distinse la sagoma di un pannello aggettante in alto sulla superstrada; sterzò e occupò la corsia di destra, due abbaglianti ammiccarono nello specchietto retrovisore, lontani. Colse il riflesso blu del cartello e la scritta: “Mirabilandia”. Sorrise. Finalmente le torri. Strinse il volante, rallentò e imboccò l’uscita; una macchia sfocata lo superò al grido del clacson.

«Devi capire che mio figlio non è normale» disse Carolina nella cornetta della telefono «non può farsi carico di una ragazza con problemi, è impensabile.» 
Carolina sfilò gli occhiali e li poggiò sulla madia di legno massello. Il busto marmoreo di Cicerone dall’altra parte della sala la osservava sfocato. Carolina si massaggiò le lievi depressioni lasciate dai naselli, strizzò gli occhi, sentiva le palpebre secche. La assalì un desiderio di sonno. L’innesco ripetuto di un accendino intervenne dall’emittente del telefono. Dei passi. Gli schiocchi di un fornello.
«Senti bella» disse una voce croccante di fumo «nessuno gli ha detto di scoparsi mia figlia.»
«Come ti permetti?»
«Mi permetto sì, sistemarla è un problema vostro. Flavia lo ama.»
Povera creatura certo che lo amava. Era quella donna invece ad avere un problema. Carolina inforcò gli occhiali.
«Riccardo e Flavia non possono vivere da soli, lo vuoi capire?» scandì più lentamente ma alzando il volume «dobbiamo occuparci insieme di loro.»
«Bravi pensateci voi. Quest’estate portateveli in Calabria.»

Un uomo con una polo blu e un cappellino arancione aprì la porta del gabbiotto di vendita dei biglietti e vi entrò. Riccardo aspettava dietro una linea bianca tracciata a due metri di distanza.  L’inserviente smanettava dietro il vetro, la cornice del lodge finto legno si animò di led colorati. Dalle casse partì una melodia allegra. Lo scroscio metallico di una serranda si levò dal portale di ingresso al parco divertimenti. Riccardo si voltò. Alle sue spalle nessuno. La trovava una cosa davvero figa. Ogni giorno migliaia di visitatori e lui era lì, per primo, da solo. Guardò il polso. 09:56. Era la partenza intelligente.
L’uomo attirò la sua attenzione e gli fece cenno di avvicinarsi al botteghino. Riccardo lo raggiunse.
«Ciao» disse.
«Buongiorno a lei»
«Un ingresso per favore»
«Certo, sono 24,90»
Riccardo tirò un capo della catenella agganciata al passante dei jeans ed estrasse dalla tasca posteriore un portafoglio a panino in finto pitone. «Oggi mi faccio un regalo» disse contando le banconote. «Divento padre.»

Il cucchiaino tintinnava sulle pareti della tazza. Carolina osservò il mulinello rallentare mentre l’acqua si ingialliva. Alzò lo sguardo, aveva le lenti appannate dal fumento della tisana. Dal divano Alberto la osservava seduto con la gamba accavallata. Era vestito come se dovesse uscire, con dei pantaloni color sabbia, un maglioncino celeste, sotto una camicia.
«Che vuoi fare?» le chiese. Si sorreggeva il mento, aveva un che di professionale.
Carolina portò la tazza alla bocca e succhiò un poco di liquido. Sentì il pizzico dello zenzero sulla punta della lingua. Deglutì.
«Qui con noi non possono stare» disse.
«Sono d’accordo, gli prendiamo un appartamento in affitto.» rispose Alberto; cambiò l’accavallamento delle gambe.
Era un brav’uomo. Per Riccardo era stato una figura paterna giusta. O almeno una figura.
«Possiamo chiedere al condominio qui davanti, c’era un cartello», disse Carolina.
«Va bene, vado a vedere.»
Alberto puntò le mani sulle ginocchia e si alzò dal divano, sparì nel corridoio. Sul divano di pelle nera era rimasto il calco del suo deretano. Sarebbero diventati nonni, ma lei di più.
Afferrò lo smartphone, lo sbloccò con una sequenza a L. Premette sullo schermo in corrispondenza dell’icona di chiamata, poi sul nome Riccardo. Squillò a vuoto.


Riccardo si tastò le tasche della giacchetta di pelle. Imprecò con se stesso, avrebbe inviato una foto a Flavia. Provò a forzare l’imbracatura gommosa che gli bloccava il torso, la quale fece un poco di gioco ma non abbastanza da consentirgli di sgusciare via. Un inserviente gli fece cenno di no con un dito. Riccardo alzò le mani. Dagli altoparlanti partì da dieci un conto alla rovescia, Riccardo sentiva il martello del cuore nelle orecchie. Sarebbe diventato padre. Stava per volare in cima. Tre. Due. Uno. Una forza inarrestabile lo staccò dal suolo, veloce; l’aria premeva nei polmoni impedendogli di urlare, strinse i braccioli. Riccardo vedeva oltre le sue Air Jordan il parco divertimenti rimpiccolirsi in una miniatura variopinta. Era felice. Uno stridio e il mostro meccanico decelerò bruscamente, Riccardo sentì un brivido tra le scapole, sbatté con le clavicole contro l’imbracatura che lo trattenne alcuni istanti prima di cedere all’inerzia e sbloccarsi con una frattura metallica. Riccardo volò nel vuoto. Sarebbe diventato padre.

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The Parrots – I Did Something Wrong

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+copywrestling

Luna crescente

Da un grande podere derivano grandi responsabilità.

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Sulla percezione della musica italiana all’estero

“Dopo qualche secondo si mise a canticchiare una canzone di moda in Francia che non era ancora arrivata nella Guyana, dove arrivano prima i prodotti musicali degli Stati Uniti di quelli della Francia o dell’Italia o della Germania, sempre che in quei paesi si faccia musica.”

(Roberto Bolaño, Sepolcri di cowboy)

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+copywrestling

Sayonara

Condivido il vagone con famiglie italiane e straniere, il mezzo ci riporterà alle stesse case, ma in celle separate.
Le voci parlano con l’Asia e non capisco,
è stata una pessima giornata?
La partenza mi disgrega: senza vento, senza nodi, la mia scia non ha odore. Non sono mai stato qui.

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+convinzioni

Ciao a tutti, voglio dire una cosa personale.
Nei prossimi mesi uscirà il mio manoscritto di esordio.
Sono molto eccitato e preoccupato al riguardo.

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Hablando solo

Andaba a tú lado hablando contigo junto al mar y te dije
– Ves esa barca, algún dia la tendremos. – Pasaron unos dias
Pasó una semana, dos semanas, tres semanas
Pasó un mes, dos meses, tres meses
Pasó un año, dos años, tres años.
Pasó veinte anos.
Y paso a paso, no sé si es que yo había adelantado el paso, mirè hacia tu lado y no estabas. Había barcas y yo pensé que había estado veinte años hablando solo.

15 novembre de dos mil trece
Anonimo